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Undicesimo capitolo








11.


Mercoledì 2 Luglio dalle 15.00


-Il luogo della prigionia
-Domenico Canzi è nervoso
-Sotto i vicoli della centrale























Il luogo della prigionia


Jessica Timòteo tremava ancora di paura, un tremolio costante ed incontrollabile. Aveva gli occhi gonfi a causa delle lacrime versate.
L'uomo che aveva appena abusato del suo corpo incatenato se n'era andato, e questa era l'unica amara consolazione.
Aveva urlato a squarciagola, ma ogni urlo che usciva dalla sua bocca sembrava divertirlo, eccitarlo ancora di più, così aveva smesso. Aveva tentato di divincolarsi come poteva, ma adesso sentiva solo il bruciore delle ferite che le cinghie di cuoio, con cui era legata, gli avevano provocato mentre si dimenava inutilmente.
Lui l'aveva lasciata nell'oscurità di quella stanza umida, senza dire nulla.
Jessica cercò di controllare i propri singhiozzii e di mettersi in ascolto di qualche rumore ma silenzio e buio erano padroni di quell'ambiente
Ansimava, mentre il tremolio del corpo si stava calmando.
Non voleva che quell'uomo tornasse. Avrebbe voluto liberarsi dalle cinghie di cuoio per chiudersi a riccio su se stessa, in posizione fetale, ma questo non le era possibile. Sentì un solletico sul braccio, come un piccolo insetto che le camminava sopra ma si accorse che era una goccia di sangue che scendeva dal polso lacerato.
Chissà se qualcuno mi sta cercando? Se qualcuno si è accorto della mia assenza?” si ripeteva nella testa mentre il suo corpo fu scosso da un brivido.
La tensione cresceva, secondo dopo secondo diventava più forte, più intensa, amplificata da quel silenzio surreale e da quell'oscurità di tomba.
Jessica non sapeva se sarebbe morta in quel luogo umido, nuda e sola, in balia di uno spietato assassino. Nel suo cuore nutriva ancora la speranza che qualcuno sarebbe venuto a salvarla, come succedeva in quelle storie a lieto fine, quelle storie che lei tanto amava.
Ma quella era la realtà, e la realtà spesso non finiva con un lieto fine come nei film.
Il formicolio alle mani ed ai piedi si fece più intenso, l'afflusso di sangue diminuiva. Il suo labbro inferiore iniziò a tremare, alla paura si aggiunse il freddo. Sentì l'angoscia pungente trafiggerle l'anima e fu colta da una nuova crisi di pianto.
Si sentiva come una rosa bianca, posata dolcemente su un lenzuolo di lino nero, senz'acqua, sua essenza vitale.
Era nata povera in una favelas brasiliana. Arrivò immigrante in Italia in cerca di fortuna. Aveva trovato i soldi con il lavoro da escort, ma non la felicità e ora la vita le stava rubando anche il desiderio di una morte dignitosa.
I suoi pensieri furono interrotti dalla porta che si aprì improvvisamente. Il fascio di luce che inondò la stanza le ferì gli occhi. Li chiuse e cominciò ad urlare in preda al panico. Ricominciò a piangere di paura.


Domenico Canzi è nervoso

Con l'indice della mano destra Domenico si allentò il nodo della cravatta.
La morsa di caldo non voleva proprio mollare.
Si affacciò dalla finestra dell'ufficio di Roberto. Nel cielo neanche l'ombra di una nuvola. Milano d'estate era bella ma troppo soffocante.
Tornò alla scrivania. Aveva spulciato l'elenco delle 15 donne scomparse e ne aveva rintracciate solo quattro. Se non si contava la ragazza rapita, che sperava di trovare in tempo, presumeva che le altre erano state tutte uccise dal mostro.
Domenico fu invaso da un senso di inadeguatezza ed era arrabbiato con Roberto Locurto. Anzi era incazzato nero con Roberto Locurto, che lo aveva trascinato in quella storia, ma anche con se stesso che aveva accettato di essere trasferito nell'UACV, unità analisi del crimine violento, meglio conosciuta come squadra omicidi. Sentiva il peso di quell'incarico. Si alzò e iniziò a camminare nervosamente per l'ufficio.
Quel cane ha in mano un'altra donna! - pensò - ne ha già uccise dieci. Dieci cazzo!” si ripeteva. Temeva che, se non l'avessero preso subito, le vittime sarebbero state undici.
Vai a quel paese Roberto” disse a voce alta proprio mentre si apriva la porta. Domenico si girò, vide Sagario.
Cosa ci fai qua?” gli domandò il nuovo entrato.
Sto lavorando con Roberto, lui e fuori e mi ha dato il permesso di usare il suo ufficio.”
Sei agitato?” disse sarcastico Sagario mentre si avvicinava alla scrivania.
Domenico si affrettò a raccogliere di i documenti e la foto sparse sulla scrivania, che riguardavano il caso, li ripose nel cassetto.
Che c'è? Hai dei segreti?” il tono era di uno che lo stava prendendo in giro.
Sono informazioni riservate.” si limitò a dire.
Mostrami quei fogli!”
No!”
Non puoi negarmelo. Sono un tuo superiore. La mia non è una richiesta ma un ordine!.”
Con tutto il rispetto, se le vuole vedere dottore le chieda a Roberto. Sono sicuro che lui la potrà aiutare.”
E' così che la metti?”
Io non la metto in nessun modo. L'indagine è di Roberto e lui risponde al commissario per questo caso e non a lei.”
Sai che diventerò commissario molto presto, e con voi due mi divertirò tanto, specie dopo il vostro fallimento in questo caso. Sai che le voci di corridoio dicono che il questore si sta alterando? Credo che fra un paio di giorni mi ridaranno il caso ed allora riderò io.” detto questo se ne andò sbattendo la porta.
Domenico rimase impassibile davanti alla scrivania. Riprese i documenti dal cassetto e lesse i nomi delle ragazze. Poi alzò la cornetta e chiamò Roberto: era irraggiungibile.
Decise di passare in obitorio e dare le foto delle vittime accertate a Desogus, così avrebbe cercato di identificarle ed almeno loro avrebbero avuto un nome.


Sotto i vicoli della centrale


La luce della torcia illuminava il lungo corridoio ad archi, prima di trovare il primo bivio. Roberto avanzò per circa 500 metri poi si fermò, indeciso sulla strada da scegliere. L'ambarabà ciccì coccò era escluso e si affidò all'istinto decidendo di prendere a destra.
Tracciò una x sul muro.
Mentre avanzava, con l'odore di umidità misto a muffa che si faceva più intenso, sentì un vociferare lontano, segno che c'era effettivamente qualcuno la sotto e guidato dalla luce della sua torcia avanzò ancora.
Dopo qualche metro trovò uno spiazzo, lo illuminò meglio. Per terra c'erano lattine di tonno, cartoni di fagioli, bottiglie di plastica e di vetro, evidenti segni di un falò consumato. Chissà quanti senza tetto si riparavano lì d'inverno!. Un pensiero che gli mise tristezza e non poté fare a meno di provare compassione per quella povera gente, forse vittima solamente di un sistema sbagliato.
Lasciò i suoi pensieri alle spalle. Doveva restare concentrato e trovare “il Soldato”.
D'un tratto sentì un rumore. Poteva sentire sempre le voci lontane; ma oltre a quello, era certo di aver udito qualcos'altro, forse dei passi.
Illuminò tutto ciò che poteva intorno a lui. Tirò fuori la sua beretta.
C'è nessuno?” La sua voce rimbombò lugubre per tutto il corridoio.
Nessuna risposta.
Ok. Come vuoi?” si disse.
Spense la torcia ed appoggiò le spalle al muro, camminando in direzione dello spiazzo, sapeva che era a circa 50 metri da lui.
Si mosse con cautela.
Un altro rumore di passi, questa volta lì udì benissimo. Accese la torcia e intravide un uomo che stava scappando proprio verso le voci. Gli era passato accanto fulmineo e silenzioso.
Ehi! Fermo!” gli intimò ma quello continuò a correre senza curarsi di lui.
Lo rincorse anche se odiava rincorrere le persone. Quell'uomo, una volta arrivato in fondo alla porzione di corridoio, girò a destra. Roberto lo seguì. Poi sviò a sinistra e poi ancora a destra facendogli perdere il senso dell'orientamento. Roberto sperò di non perdere di vista quel cristiano altrimenti sarebbero stati guai.
E che guai!” laggiù ci sarebbe morto prima di trovare l'uscita.
Scorse l'uomo entrare in un altro cunicolo e vi si addentrò anche lui. Fece appena in tempo a vederlo salire una scaletta di ferro.
Per fortuna quel cunicolo era illuminato dalla luce del giorno che filtrava da alcune finestrelle in alto probabilmente all'altezza del marciapiede esterno. Raggiunse la scala e salì velocemente sopportando il dolore alle mani. Si ritrovò in fondo a via Sammartino, la parallela a via Ferrante Aporti. Nei pressi dell'ultimo tunnel.
Vide il suo uomo in mimetica, con uno zainetto sulle spalle che correva in via Rimembranze di Greco.
Attraversò la strada per non perderlo. Un'auto che sopraggiungeva frenò bruscamente. Roberto rimbalzò sul cofano e cadde dall'altra parte. Sentì un forte dolore alle parti già provate dall'incidente della mattina ma riuscì a rialzarsi. Il ragazzo alla guida era impietrito.
Non ci badò continuando l'inseguimento, costrinse un'altra auto a frenare bruscamente, riuscendo così ad arrivare dall'altro lato della strada.
L'uomo in mimetica, che doveva essere il Soldato, aveva guadagnato terreno.
Certo che per essere un barbone sei proprio in forma” pensò Roberto.
Il soldato superò il ponticello che stava davanti a lui, quando Roberto aveva appena attraversato la strada.
Poteva essere a circa 300 metri.
Per un attimo gli sparì dalla vista, ma non appena Roberto arrivò sul ponticello lo rivide che continuava a correre. Proprio in quel momento un autobus superò Roberto...
Il Soldato era in prossimità della fermata.
No, no, no...” pensò Roberto accelerando il passo. Non poteva permettere al Soldato di salire sull'autobus.
Era a soli 200 metri da lui quando il bus ripartì con il soldato a bordo.
No, cazzo!!!” urlò mentre correva, il sole sulla testa, la fronte imperlata di sudore che gli ricadeva in goccioloni negli occhi procurandogli un bruciore netto, intenso.
“Forse lo recupero” riuscì a sperare. Il semaforo in fondo alla strada era rosso e il bus si fermò.
Si, si!” esultò.
Lo raggiunse e cominciò a battere sulle porte arancioni tra gli sguardi perplessi e scandalizzati dei passeggeri e quello impaurito del Soldato.
Corse verso la prima porta, quella dove poteva vedere l'autista.
Apri la porta!” gli urlò Roberto.
L'autista lo guardava senza rispondere.
Apri sta cazzo di porta!!!” urlò di nuovo. L'autista gli fece segno di andare alla fermata. A Roberto montò la rabbia.
Apri la porta sono della polizia. Apri questa porta cazzo!!!” urlava. I passeggeri lo guardavano spaventati, come se fosse un pazzo.
Sono della polizia idiota!” era arrabbiatissimo per la situazione. Il semaforo scattò e l'autobus ripartì veloce tra gli sguardi sollevati dei passeggeri. Roberto quasi cadde. Poi riprese la sua folle corsa mentre tutte le auto gli suonavano indicandogli di andare sul marciapiede.
Andate tutti a quel paese!” disse mentre correva dietro l'autobus.













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