9.
Mercoledì 2 Luglio dalle
11.00
-L'attesa
-Il vero nome di Serena
-La minaccia
L'attesa
Col
sole che tagliava la faccia accecandogli gli occhi, le ascelle sudate
e la camicia diventata appiccicaticcia Mario Turro cominciava
seriamente a preoccuparsi. Frequentava Jessica da diverso tempo e
sapeva che non dedicava mai ad un cliente più di due ore, tre al
massimo, e in ogni caso non spegneva mai il cellulare, cosa che
stranamente aveva fatto quella mattina.
Che
fosse successo qualcosa?
Non
voleva dare troppo peso ai suoi pensieri, infondo Jessica poteva
essersi incontrata con qualche amica, però era un comportamento
insolito e questo era un fatto inconfutabile. Decise di concederle
altri dieci minuti. L'avrebbe attesa nel bar di fronte al suo portone
in modo che sarebbe stato un po' più al fresco e avrebbe potuto
controllare quando rientrava.
Guardò
l'orologio.
Sbuffò,
era piuttosto tardi ormai, ma avrebbe atteso, comunque non poteva
evitare di pensare che fosse realmente successo qualcosa.
Al
bar prese una coca con ghiaccio e limone, se la gustò lentamente. I
minuti scorrevano ma di Jessica nessuna traccia.
Salutò
il barista ed uscì. Per l'ennesima volta compose il numero della
ragazza
“Siamo
spiacenti ma il cliente contattato è occupato o al momento
irraggiungibile”
Solita
frase da disco fisso.
Ormai
rassegnato si avviò al garage a pagamento dove aveva lasciato la sua
Volvo, pagò nella biglietteria automatica e si diresse verso la sua
ditta di pneumatici, sempre con i pensieri rivolti a Jessica.
Entrò
salutando tutti gli operai che incontrava. Salutò il suo direttore e
si chiuse in ufficio.
In
testa continuava a pensare a Jessica. Il suo rendersi irraggiungibile
non era da lei e piano piano si fece sempre più l'idea che le fosse
successo qualcosa.
Ripensò
al racconto del barbone in piazza tricolore di qualche ora prima, e
si stava convincendo sempre di più che la donna era stata rapita.
Ma
da chi?
Cercò
di non farsi film stupidi in testa, però qualcosa doveva pur fare.
Forse
andare alla polizia? Ok, ma a dire cosa?
“La
prostituta che frequento da due anni è stata rapita, credetemi. L'ho
aspettata per due ore e non si è fatta viva, non era mai successo
prima e sono sicuro che è rimasta vittima di un rapimento.” Quelli
gli avrebbero riso in faccia. Non poteva certo fare una brutta
figura, non tanto nell'ammettere la sua piccola perversione, in fondo
non era né sposato né fidanzato, e i suoi suoi vizi se li manteneva
senza andare a rubare. Erano più che altro le risate che avrebbe
provocato la sua storia.
“E
se Jessica fosse realmente in pericolo? Forse la sua denuncia le
avrebbe salvato la vita?”. Era afflitto da un dubbio terribile.
“Che
faccio? Che faccio?”
Controllò
l'ora. Aveva un appuntamento con un gommista su viale Brianza,
sarebbe uscito subito così, si sarebbe preso un panino e, strada
facendo, avrebbe meditato sul da farsi.
Il
vero nome di Serena
Domenico
arrivò al negozio di tattoo puntuale. I suoi occhi si muovevano
rapidi ed osservano mister orecchini al labbro inferiore e Roberto,
che se ne stava seduto sopra il lettino utilizzato per fare i
tatuaggi. A dorso nudo risaltava la cicatrice che si era procurato lo
scorso Novembre in una sparatoria dentro una fabbrica abbandonata.
Aveva fasciature sul braccio destro all'altezza del gomito, sulla
spalla sinistra e ad entrambe le mani.
“Ho
finito, adesso andiamo a casa di Serena.”disse mentre scendeva dal
lettino e si rimetteva la camicia. Strappata e sporca di sangue,
Domenico non poté non pensare a quanto potesse essere arrabbiato
Roberto. Tutti i suoi abiti erano firmati, aveva l'ossessione per la
bella roba.
“Hai
preso una bella botta!” gli disse.
“Già!
Quel bastardo mi ha seguito e mi voleva seccare.”
“Sei
sicuro fosse lui?”
“Beh,
di una cosa sono sicuro; ha tentato di uccidermi, mi ha mirato e mi
voleva prendere. Chi altri poteva essere se non il nostro amico?”
lo disse con grande sicurezza nello sguardo
“Però
c'è un fatto positivo.”
“E
cioè? Quale sarebbe? Sono curioso di sentirlo”
“Se
è arrivato a spingersi a tanto, vuol dire che è sotto pressione, e
se è sotto pressione vuol dire...”
“...che
siamo sulla strada giusta.”
“Esatto!”.
Il
palazzo di Serena era a 200 metri dal negozio, una signora di mezza
età stava buttando della secchiate di acqua con candeggina sul passo
carraio fuori dal portone, doveva essere la portinaia.
“Buongiorno!”
disse Roberto per attirare l'attenzione della donna, che,voltandosi,
lo guardò con fare sospetto. Domenico non la biasimava, con quella
camicia strappata, sporca di nero e di sangue non faceva certo una
buona impressione.
“Sono
della polizia. Ispettore Locurto. Lui è l'ispettore Canzi un mio
collega.” disse mostrando il tesserino.
“Dica!”disse
la donna un po' più a suo agio.
“Sappiamo
che qui abitava una ragazza di nome Serena. Le risulta?”
“Certo!
Quella poco di buono. Qui tutto il palazzo si lamenta del via vai di
gente che entra e che esce a qualsiasi ora del giorno e della notte”
“Capisco...”
ma non riuscì a terminare la frase poiché la portinaia attaccò di
nuovo.
“Era
ora che arrivaste voi.”
“Si
sign...” fu interrotto nuovamente, la donna sembrava non volersi
più fermare.
“Finalmente.
Dovreste rispedirla al suo paese quella là.”
“Sign...”nuova
irritante interruzione.
“Non
ne possiamo più! Qui ci sono bambini, gente rispettabile e certe
cose non dovrebbero essere fatte...”
“Ok
ok signora – Roberto riuscì ad interromperla alzando il tono della
voce e muovendo le mani in avanti come per calmarla e fermare il
fiume di parole - ho capito. Mi indica per cortesia qual'è il suo
appartamento?”
“Scala
A terzo piano, appartamento a destra appena scesi
dall'ascensore”rispose freddamente, probabilmente offesa dal tono
di Roberto.
Ovviamente
di ascensore neanche a parlarne, Roberto salì a piedi seguito da
Domenico
“Ma
perché non prendi mai l'ascensore?” chiese quasi protestando.
“Devo
tenermi in forma.” tagliò corto.
La
targhetta sulla porta indicava il vero nome della donna: Ada Da
Silva.
Annotata
l'informazione i due uomini se ne andarono, Roberto non credeva che
avrebbero trovato qualcosa di utile all'interno dell'appartamento, ci
avrebbe comunque mandato uno dei nuovi ispettori a perlustrarlo,
meglio non tralasciare nulla.
Prese
la sua auto. Ora cominciava a sentire bruciare le ferite, il
disinfettante faceva effetto. Una volta in auto buttò il cadavere
dei suoi occhiali da sole sul sedile laterale
“Questa
me la paghi! Giuro che me la paghi!” pensò arrabbiatissimo.
Prima
di tornare in caserma, si fermò in corso Vercelli in un negozio di
ottica, ne uscì con un modello identico a quello che aveva appena
rotto. Ora si sentiva più tranquillo ed era anche contento di poter
restituire il nome e una degna sepoltura ad almeno una della vittime.
La
minaccia
La
ventola sul soffitto della guardiola si era fermata. In un primo
momento Dario Cicoria non ci badò continuando imperterrito a fare le
sue amate parole crociate. Ma a poco a poco il caldo invase tutta la
stanza facendolo sudare più del dovuto all'interno della sua divisa
blu. Così Dario si accorse del guasto della ventola e decise di
sistemarla una volta per tutte.
Certo
non si era mai avventurato in una simile impresa ma non era un
problema. Cercò il libretto di istruzioni, ma non lo trovò e si
convinse che neanche quello era un problema, non avrebbe rinunciato a
riparare la ventola.
“Bene,
adesso ti sistemo io.” pensò convinto. Salì sulla scrivania e
cominciò a toccare le pale, nel tentativo di farle girare...
“Ma
com'è possibile che ti sei fermata all'improvviso? Adesso devi
ripartire.” parlava mentalmente con la ventola.
“Scusi?”
si sentì chiamare.
La
voce improvvisa lo fece spaventare a tal punto che perse l'equilibrio
cadendo col sedere sulla scrivania, per poi rotolare giù.
Mario
Turro osservò la scena seriamente preoccupato, non pensava di aver
usato un tono di voce tale da poter provocare uno spavento simile.
Lo
guardò rialzarsi con una smorfia in volto:
“Ha
bisogno?” gli domandò quello strano agente mentre si teneva una
mano dietro la schiena e una sulla testa.
“Si
è fatto male?” domandò preoccupato.
“No,
no. Grazie” anche se in realtà aveva preso una bella botta.
Nel
frattempo Roberto e Domenico erano appena tornati al commissariato, e
mentre Domenico continuò il suo cammino fino all'ufficio di Roberto
per ricavare quanti più dati poteva su Ada Da Silva, Roberto si
fermò appena dietro Mario Turro:
“Cos'è
successo?” chiese in tono severo.
Non
appena Dario sentì la voce dell'ispettore, cercò di mettersi in una
postura normale ma non poté evitare di dire qualche “Ahi” qua e
là.
“Si
era rotta la ventola ispettore...” disse per giustificarsi e
puntando l'oggetto del reato col dito. Roberto vide un agente che
saliva frettolosamente le scale e sparì al primo piano.
“Cosa
devo fare con te, Dario?” disse secco.
“In
che senso?”
“Prova
a schiacciare l'interruttore!” gli disse in tono rimesso, come chi
aveva perso ogni speranza.
“Ma
no, era accesa e...”
“Provalo
per favore.” Dario si avviò all'interruttore titubante, lo
schiacciò e la pala prese a girare, lui la guardò incredulo.
“Ma...”
“Lascia
perdere, vai in bagno a sistemarti” gli ordinò con lo stesso tono
di prima. Dario corse fuori dalla guardiola e solo allora si accorse
che Mario lo stava fissando, forse per via della camicia.
“Dica
pure a me. Non sembra ma sono un ispettore.” non si lasciò mancare
il sarcasmo.
“Salve,
sono Mario Turro...- i due si strinsero la mano - ...vede non vorrei
farle perdere del tempo, ma questa mattina una mia amica è sparita.”
“Questa
mattina? Avevate un appuntamento?”
“Non
esattamente ma...”
“Guardi
per denunciare la sparizione di una persona devono passare 48 ore...”
“Lo
so ma...” sembrava imbarazzato.
“Senta,
se c'è dell'altro me lo dica. Altrimenti non saprei cosa fare per
lei.”
“La
mia amica è una escort, a me piace andare con le prostitute di un
certo rango. Capisce?”
“No!
Ma vada avanti.” adesso Roberto cominciava a provare un certo
interesse per il discorso.
“Beh!
Per errore mi sono imbattuto in una discussione tra barboni, uno di
loro ha detto di aver visto un tizio con un Bmw caricare una bella
mora in via Panfilo Castaldi. Ho dedotto che fosse la mia Jessica,
così mi è venuta voglia di passare da lei, sa per passare un po' di
tempo in compagnia, così sono andato là, ma lei non c'era. Poco
male, ho aspettato per due ore, niente, non è tornata. Ho provato a
rintracciarla sul cellulare, sempre irraggiungibile il che mi creda è
molto strano. Io la frequento da due anni e siccome sono un cliente
abituale di solito mi avverte se fa un viaggio di lavoro. Comunque
non ha mai, e dico mai, lasciato il telefono spento.”
“Mi
segua nel mio ufficio.”
“Sono
nei guai?” chiese preoccupato.
“No,
no. Voglio verificare una cosa.” gli sorrise Roberto.
Non
appena entrarono nell'ufficio, Roberto disse a Domenico di continuare
la sua ricerca da un'altra parte, così Domenico se ne andò
brontolando nell'ufficio comune, quello che condividevano tutti gli
ispettori freschi di nomina, e dove c'era la sua scrivania.
“Qual'era
il sito al quale si appoggiava Jessica?”
“Labbra
di rosa.”
“Come
ha detto?”
“Labbra
di rosa” ripeté titubante.
Roberto
non poteva credere alle sue orecchie. Aveva un collegamento! Adesso
era sicuro di sapere da dove il mostro del Lambro scegliesse le sue
vittime. Aveva una nuova pista da seguire. Entrò nel sito e si fece
indicare chi era Jessica.
“Sbaglio
o mi ha detto che qualcuno ha visto mentre la sua amica veniva
caricata?”
“No,
non sbaglia, era un senza tetto.”
“Dove
ha visto questo senza tetto?”
“Dalle
parti di piazza Tricolore, vicino alla mensa dei poveri.”
Roberto
conosceva quella mensa. Gli era capitato di passare di là
innumerevoli volte ed era rimasto impressionato dalla fila di persone
che aspettavano di poter mangiare. In ogni caso doveva trovare
quell'uomo. Aveva due piste da seguire ora e le avrebbe battute senza
tregua.
Roberto
ringraziò Mario per l'aiuto e lo congedò.
Non
passò che qualche minuto da quando Mario se ne era andato che alla
porta del suo ufficio si presentò un agente.
Roberto
lo riconobbe. Era quello che poco prima correva su per le scale, e
portava con sé un biglietto.
“Ispettore
Locurto, hanno appena lasciato questo biglietto in guardiola per
lei.”
“Chi
l'ha lasciato?”
“Non
lo sappiamo, Dario era in bagno e quando è tornato l'ha trovato
sulla scrivania.”
“Non
è possibile... adesso la gente entra ed esce dai commissariati di
polizia come se nulla fosse!!! Dammi questo biglietto” disse più
desolato che irritato.
L'agente
glielo porse e fece per andarsene, ma prima che varcasse
completamente la porta Roberto lo chiamò:
“Si
ispettore?”
“Piantiamola
con gli scherzi a Cicoria per favore. Credo che sia già abbastanza
imbarazzante così. Non trovi?”
“Certo
ispettore.”
“Bene.”
disse, e l'agente richiuse la porta dell'ufficio.
Roberto
si lasciò ricadere sullo schienale, era esausto, aprì stancamente
la busta ed estrasse il biglietto.
“Oggi
ti è andata bene, ma non sarai sempre così fortunato. Giusto perché
tu lo sappia o con me una nuova amica. Sono curioso di vedere se
riuscirai a salvarla.
Il
mostro del Lambro
Roberto
Locurto teneva tra le mani, che cominciarono a tremargli
dall'emozione, il biglietto. Era sbigottito, non credeva possibile
che il Mostro del Lambro potesse arrivare a tanto. In sola mezza
giornata aveva tentato di ucciderlo ed adesso lo sfidava. Ed era
riuscito a portare quel biglietto in commissariato, praticamente in
casa sua, come se nulla fosse.
La
rabbia cominciava a montargli in seno, dal nervoso anche le ferite
cominciarono a pulsargli assieme al cuore. Chiamò Domenico e gli
disse di trovare la sede legale del sito “Labbra di rose” e dopo
averla trovata ci sarebbe dovuto andare. Doveva scoprire quante e
quali donne erano scomparse improvvisamente, senza dare più notizia
di sé. Voleva nomi, foto, indirizzi e numeri di telefono. Doveva
verificare e portargli solo i nomi di quelle introvabili. Domenico
assentì e partì a razzo alla ricerca.
Lui
intanto si sarebbe occupato di trovare il barbone.
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