7.
Mercoledì 2 Luglio dalle
7.00
-Ancora in obitorio
-Il soldato
-Il tatuaggio
Ancora
in obitorio
La
visita di Teresa, nonostante l'iniziale invadenza, gli aveva fatto
piacere. Riusciva ancora a sentire sul palato il dolce sapore del
caffè che lei gli aveva preparato. L'immagine del suo volto lo fece
sorridere. Era davvero una ragazza eccezionale, una capace di farti
perdere la testa.
Ma
la realtà lo richiamò veloce al suo dovere ed ora si trovava
davanti all'obitorio di piazza Gorini. Non era molto allettato
dall'idea di dover entrare là e vedere il cadavere martoriato
dell'ultima vittima.
Una
volta all'interno dell'istituto di medicina legale si diresse
direttamente nella sala autopsie dove Desogus era già al lavoro, ma
non aveva ancora terminato.
“Alla
buon ora!” disse sarcastico Desogus vedendolo entrare.
“Ciao
Emilio, a che punto sei?”
Ho
quasi finito, comunque nulla di nuovo. Mani mozzate, e acido sul
volto”
“Irriconoscibile...”
“Già,
come le altre. Però...”
“Però?!”
“Però,
non so se ti può essere utile...”
“Spara.
Qualsiasi novità può essere una traccia. Sto brancolando nel
buio...”disse Roberto con un tono pieno di speranza.
Desogus
gli fece segno di avvicinarsi:
“Vedi
qua?” Desogus indicò il tatuaggio di una rosa che girava attorno
all'ombelico.
“Un
tatuaggio!”
“Fino
ad ora non avevamo mai trovato nulla sulle vittime che potesse dirci
qualcosa di loro”
“L'hai
fotografato?”chiese Roberto.
“Certo!
Non appena l'ho notato”si allontanò dal corpo e si diresse verso
la sua scrivania, prese la foto e gliela porse.
“Polaroid?”
“Sono
all'antica.”
Roberto
sorrise prendendo la foto e tornò verso il corpo della donna, ne
scattò un'altra con il suo cellulare, salutò il medico
ringraziandolo e uscì dall'obitorio.
Anche
quella mattina il caldo incalzava e mentre si dirigeva verso la Mito
comprese che gli sarebbe toccata un'altra giornata afosa.
Ad
un tratto si fermò, nel notare una vigilessa vicino alla sua auto
intenta a scrivere sul suo blocchetto.
“Ehi!”
gridò Roberto, mettendosi a correre verso la vigilessa.
“La
sua auto è in divieto di sosta!” Roberto controllò che la paletta
della polizia fosse ben visibile prima di parlare.
“Ma
non vede che sono della polizia?”
“Dunque
è esente dalle multe?”chiese lei tra il sarcastico e il severo ma
continuando a scrivere.
“No
certo! Ma sono stato un attimo in obitorio e...”
“...
e un bel niente, questa è la sua multa, buona giornata.”
Roberto
rimase qualche secondo ad osservarla mentre si allontanava, poi, con
un gesto di stizza salì in auto per andare in ufficio. Doveva
parlare con Raffaella per vedere a che punto era con i referti del
giorno prima.
Non
appena entrò in commissariato gli si profilò la solita, impetuosa,
scena di Dario Cicoria.
Decise
di tirare dritto. Non era dell'umore dunque, era meglio soprassedere
ed evitare di fare o dire cose per le quali si sarebbe potuto
pentire.
Anche
Raffaella era già al lavoro, nonostante non fossero ancora le otto.
“Ciao
Raffaella”
“Ciao”
rispose stanca e fredda.
“Qualcosa
non va?”
“Già!
Devi prendere quel pazzo. Il commissario mi ha svegliata alle 4
stamattina. Mi ha detto di muovermi con le analisi” fece una pausa
poi aggiunse:
“Ne
ha uccisa un'altra?”
“Si”
“Non
si ferma più”
“Così
sembra. Dobbiamo fermarlo e dobbiamo farlo in fretta”
“Ho
analizzato tutti i referti che mi ha portato Domenico e non ho
trovato nulla che possa esserti utile. Qualche campione di saliva, ma
finché non lo prendi non puoi confrontarla con la sua”
“Già!-
pensò Roberto -finché non lo prendo!!!” quell'animale era davvero
un fantasma, e lui non aveva in mano niente di concreto, continuava a
vagare nel buio, non sapeva che pesci prendere ed era invaso da uno
stressante senso di impotenza. All'improvviso gli venne in mente il
tatuaggio, forse aveva una pista e doveva seguirla.
Il
Soldato
Il
caldo, aggiunto alla complicità della fame, lo avevano svegliato.
L'orologio della piazza segnava le 7:30 del mattino e, mentre i raggi
del sole facevano brillare il grande rapace del monumento ai
finanzieri su piazza Tricolore, lui si alzò a sedere sul letto.
Le
auto iniziavano ad accalcarsi nella piazza e sui bastioni in entrambe
le direzioni.
Si
stiracchiò, mentre un tizio in motorino urlava contro un
automobilista che aveva, a suo parere, attentato alla sua vita.
Dopo
aver recuperato tutti i propri averi consistenti in un borsone
contenente qualche straccio, pochi spicci racimolati qua e là e
qualche scatoletta di tonno che teneva in caso di emergenza, si
incamminò verso viale Piave.
Prima
meta della mattina era il bar vicino alla stazione dove il suo amico
barista, rigorosamente dal retro, gli avrebbe allungato un paio di
cornetti alla crema e un bel cappuccino.
Seconda
tappa, la doccia pubblica. Va bene vivere per strada ma un po' di
dignità la conservava ancora anche adesso che di nome faceva “il
Soldato”.
Soldato
lo era stato veramente e per molti anni ma quel soprannome derivava
dalla mimetica che indossava sempre. Non ricordava neppure più il
suo vero nome e in fondo non gli importava granché. “Il Soldato”
gli andava più che bene, anche in onore dei bei tempi trascorsi
nell'esercito.
Dopo
sei anni vissuti per strada faticava a ricordare il suo passato e
nella sua mente i ricordi portavano solo alla moglie. O meglio, alla
ex moglie che in 10 anni di matrimonio gli aveva portato via tutto:
il lavoro, la casa, i soldi. Tutto in nome del gioco d'azzardo. Non
ricordava molto altro di lei, solo la sua avidità ed il suo essere
schiava del gioco. Ora sentiva di stare pagando anche la propria
incapacità a fermarla e la sua codardia per amor del quieto vivere.
Il
suono insistente di un clacson su viale Piave lo fece sobbalzare
distogliendolo dai pensieri. Suonare il clacson a Milano sembrava
essere diventato un divertimento diffuso tanto da far perdere il
senso della vera utilità.
Arrivò
in piazza Oberdan, ammirò la struttura che, grazie alle carezze del
sole sembrava ancor più imperiosa, di porta Venezia. Girò su corso
Buenos Aires. Alcuni negozi erano già aperti altri si accingevano a
farlo e molti negozianti erano già al lavoro spazzando i marciapiedi
davanti alle loro vetrine.
Svoltò
sulla Panfilo Castaldi, lì una donna lo scansò con disprezzo.
“Il
Soldato” non sopportava quelle occhiate e, se solo la gente lo
avesse guardato come un uomo e non come uno scarto della società,
forse avrebbe visto anche qualcosa in più di ciò che appariva.
Gli
venne in mente il modo in cui lo cercavano e lo guardavano le donne
prima di ridursi a vivere per strada. Sorrise tra sé oltrepassando
la donna senza mancare di notare la delicatezza dei suoi lineamenti e
il corpo mozzafiato. Non mancò di respirare il profumo dei suoi
capelli mori che sapevano di pino.
Sentì
più forte la mancanza del calore di una donna. Erano anni che non
faceva l'amore, che non si addormentava con una donna al proprio
fianco. Avrebbe proprio voluto avere la possibilità di amare ancora.
Una persona sincera con la quale dividere i propri sogni e il proprio
futuro. Scrollò le spalle e decise che era meglio non pensarci.
Continuando
a camminare, passò di fianco ad un Bmw x6 parcheggiato su un passo
carraio, il muso rivolto verso la strada e col motore acceso.
Sembrava pronto a scattare.
Il
Soldato provò una leggera invidia, a chi troppo e a chi niente...
Passarono
delle auto e superarono il Bmw parcheggiato che sembrava non
aspettasse altro. Non appena la strada fu sgombra partì a razzo
facendo stridere le gomme. Gli passò proprio di fianco, e lui,
sorpreso, riconobbe l'autista. Non poteva non riconoscerlo visto che
la sua faccia era dappertutto!
Lo
osservò mentre percorreva la Panfilo Castaldi. Non appena arrivò
davanti alla donna che lo aveva poco prima scansato, frenò e lei
salì inizialmente sorpresa poi felice. Almeno così parve al
Soldato. Dal punto in cui era non poteva essere sicuro delle
espressioni di lei ma capì subito che in realtà, era una prostituta
di lusso.
La
pista del tatuaggio
Aprì
la porta del suo ufficio già illuminato a giorno, accese la ventola
inserendo la terza velocità col telecomando che aveva sulla
scrivania, spalancò la finestra e guardò fuori. La strada era
deserta, persino la scuola di fronte al commissariato sembrava triste
adesso che non vi erano bambini che urlavano in attesa di entrare.
Si
tolse la giacca, stava già sudando e la ventola sembrava aver
scordato il motivo per cui era stata inventata. Decise che il
prossimo anno avrebbe comprato un condizionatore, uno come quello del
commissario Ferrante.
Abbattuto
per via degli eventi che erano accaduti la notte scorsa, si lasciò
cadere sulla sua sedia. Il primo pensiero andò a Teresa, il secondo
a Maria, che in quel momento stava da qualche parte nel mondo per
curare le vittime di qualche epidemia o si trovava curare i feriti di
qualche guerra. Maria, e tutti i medici come lei avevano un gran
coraggio ad affrontare tutti quei pericoli, quelle battaglie
affrontando condizioni di vita estreme tra cui miseria e a volte,
quando i viveri non arrivavano, anche la fame, ma non mollavano mai.
Si
sentì in colpa con lei. Teresa gli piaceva ogni giorno di più. Quel
suo modo di affrontare la vita lo rasserenava, e sentiva che lei gli
stava infondendo il coraggio per andare avanti in un'indagine che
sembrava non avere via d'uscita.
Il
telefono si mise a squillare:
“Buongiorno
ispettore Locurto. Chi parla?”
“Buongiorno,
sono Paolo Belli ispettore della scientifica.”
“Mi
dica” disse Roberto tornando concentrato sull'indagine.
Quella
mattina erano tutti efficienti. Il questore Zanutta si doveva essere
fatto sentire bene quella notte sicuramente perché era tenuto sotto
pressione dal procuratore capo e dalla stampa che ormai stazionava
davanti alla questura praticamente giorno e notte.
“Abbiamo
analizzato le traccie di pneumatici. Appartengono ad un Bmw x6...”
“E
questo già lo so'!” pensò Roberto.
“...sono
nuovi, e purtroppo non abbiamo rilevato nessuna anomalia che possa in
futuro esserci utile al sicuro riconoscimento del veicolo. Inoltre,
abbiamo fatto una ricerca accurata sul cellophane in cui era avvolta
la vittima. Anche in questo caso non siamo stati fortunati. Niente
impronte digitali e il sangue che abbiamo rilevato è tutto
appartenente alla vittima.”
“Bene!”
rispose desolato e, dopo aver ringraziato il collega della
scientifica, chiuse la comunicazione.
Doveva
farsi scaricare la lista di tutti i Bmw x6 venduti in Lombardia negli
ultimi due anni, ma non bastava, e non poteva starsene lì con le
mani in mano mentre attendeva.
Ma
attendere cosa? Un'altra vittima?
No,no.
Doveva muoversi ma si rendeva conto di essere in un vicolo cieco.
Aveva sperato di poter ricavare qualcosa da quel cellophane perché
la vittima era stata scaricata in tutta fretta e inoltre il mostro
del Lambro non aveva mai lasciato le sue vittime avvolte nel
cellophane che evidentemente usava solo per non sporcare la sua auto.
Ma quel bastardo aveva calcolato che prima o poi avrebbe potuto avere
dei problemi e a quanto pare, lavorava senza mai lasciare tracce.
Abitudine che evidentemente gli era stata utile.
Roberto
aveva comunque ancora due piste, l'auto e sopratutto il tatuaggio.
Doveva iniziare a battere chiodo in quella direzione. Accese il
computer, andò sul sito dove erano elencati tutti i negozi di tattoo
e si stampò la lista. Erano circa una cinquantina. Chiamò Domenico
al cellulare.
“Dove
sei?” gli chiese.
“Sto
entrando adesso in commissariato.”
“Perfetto
sali da me.”chiuse la comunicazione e dopo due minuti, uno
stravolto Domenico Canzi entrò nel suo ufficio.
“Dormito
male?”gli chiese Roberto tanto per spezzare la tensione, ma
Domenico fece solo una leggera smorfia che avrebbe dovuto
assomigliare ad un sorriso. Roberto capì che Domenico sentiva
addosso la responsabilità per non aver preso quel maniaco
psicopatico.
“Senti
questa è una lista di negozi di tatuaggi - gli diede uno dei due
fogli che aveva stampato - adesso ce li dividiamo, tu ti occupi di
tutti quelli della zona nord-est ed io quelli della zona sud-ovest.”
“E
cosa cerchiamo?” chiese Domenico che non era al corrente della foto
in mano a Roberto scattata da Desogus durante l'autopsia.
“Questo
è il tatuaggio che aveva attorno all'ombelico l'ultima vittima. Se
siamo fortunati lo ha fatto qui a Milano e se siamo ancora più
fortunati chi gliel'ha fatto si ricorda il nome della ragazza.”
“Una
polaroid?!” c'era del sarcasmo in quella domanda e Roberto ne fu
felice.
Il
loro lavoro li poteva logorare dentro, dovevano cercare di vivere le
cose con giusto distacco, ma non era sempre facile.
“Che
ci vuoi fare Desogus è all'antica!”
Sorrisero
entrambi iniziando a visionare la lista:
22
negozi per Domenico e 33 per Roberto un totale di 55 negozi.
Roberto
ci credeva davvero a quella pista.
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