6.
Mercoledì
2 Luglio dalle 2.30
-Senso
di impotenza
-L'insonnia
-Giocheremo
a guardie e ladri
Senso
di impotenza
Roberto
si era precipitato sul posto non appena aveva ricevuto la notizia,
aveva discusso con Domenico, ma non lo aveva cazziato, perché non
era così ottuso e sapeva che anche lui avrebbe organizzato la
sorveglianza del parco nello stesso identico modo in cui lo aveva
fatto il collega.
Sentiva
un nodo allo stomaco, la rabbia montava impetuosa nell'osservare il
cadavere di quella ragazza riverso in terra ed incelophanato a
puntino.
Desogus
era già sul posto ma non aveva ancora toccato il cadavere. Lo
avrebbe fatto in un secondo momento in obitorio. La scientifica era
al lavoro e Roberto sperava di poter ricavare qualche traccia utile
questa volta.
L'aria
era calda e al tempo stesso spettrale. In quel punto la luce era
fioca con il buio che incalzava tra gli alberi del parco, un buio che
sembrava emanare odore di morte.
“Avevi
capito tutto!” esclamò mentalmente, mentre osservava le traccie
delle gomme lasciate dall'auto.
In
quel momento, preso da tutti i suoi pensieri, il suo cuore cominciò
ad accelerare, il fiato ad accorciarsi. In preda all'agitazione, al
senso di impotenza che lo attanagliava e al quale non voleva
piegarsi; non poteva permettere a quell'uomo di uccidere ancora!
Ordinò
agli agenti, portati là da Domenico, di continuare a sorvegliare il
parco e di fermare tutti quelli che incontravano. Soprattutto, voleva
il corridore-solitario-della-notte. Doveva sapere se aveva visto
qualcosa la mattina prima. Mandò a casa Domenico, mentre lui era
ormai troppo coinvolto. Un'altra vittima proprio non ci voleva:
“Ispettore?”
si sentì chiamare alle spalle d'improvviso, e quasi sobbalzò per lo
spavento. Quando si voltò vide il questore Zanutta. Il suo volto era
tirato ed appariva severo sotto la sua testa calva, i suoi occhi
azzurri lo scrutavano preoccupati.
“Dottore?!”
disse in tono di saluto Roberto.
“Questo
non doveva succedere!” disse severo.
“Ma
davvero?” pensò sarcastico.
“Si
è preso gioco di noi.” disse invece.
“Questo
lo vedo anche da me”
“Avevamo
organizzato una buona sorveglianza, ma purtroppo ha capito le nostre
mosse”
“Vuol
dire che vi siete organizzati male!!!”
“No!
Vuol dire che è uno che calcola tutte le sue mosse” rispose
Roberto fissando il questore negli occhi.
“Deve
prenderlo! Mi ha capito?”
Roberto
continuava a sostenere lo sguardo del questore rimanendo occhi negli
occhi per qualche secondo poi, per evitare di colpirlo con un pugno,
si girò e si diresse verso Desogus:
“Ispettore?”
chiamò a denti stretti il questore, ma Roberto non si voltò.
“Quando
fai l'autopsia?” chiese Roberto a Desogus.
“Domani
mattina appena arrivo”
“Facciamola
subito.”
“Cosa?
Ma ti sei rimbambito!!!”
“Dai
Emilio, questo individuo è un pazzo, dobbiamo prenderlo”
“Vado
alle 5 in obitorio, non prima.”
“Grazie
Emilio”
“Vai
a quel paese!!!” fu la risposta di Desogus. Intanto lo sguardo di
Roberto ricadde sulla vittima, ormai liberata dal cellophane. Anche
lei aveva le mani mozzate e il volto ustionato con l'acido...
“Ti
prenderò maledetto bastardo!!!”
L'insonnia
La
finestra aperta, spalancata, il lieve rumore di qualche auto di
passaggio che spezzava il silenzio notturno, il caldo che gli saltava
addosso lasciandolo senza respiro e l'immagine di quella donna nei
suoi occhi.
Roberto
non ce la faceva ad addormentarsi, continuava a girarsi nel letto,
prima a destra, poi a sinistra, poi a pancia sotto e poi supino, ma
niente. Tra il caldo e l'agitazione non c'era verso di prendere sonno
e decise di alzarsi. Avrebbe desiderato qualcuno con cui parlare. Il
suo pensiero corse a Maria: ma Maria non c'era.
Pensò
a Teresa, ma scacciò il suo volto dalla testa. Ancora in mutande
andò in sala, accese la tv, più per compagnia che per altro.
L'orologio segnava le 4:30 del mattino. Desogus gli aveva promesso
che sarebbe andato presto in obitorio, inoltre Raffaella gli avrebbe
consegnato i primi referti delle prove raccolte da Domenico il giorno
prima. Il suo telefono squillò:
“Ciao
Roberto sono Domenico”
“Già
sveglio?” disse sarcastico.
“Veramente
non sono mai andato a casa”
Roberto
sorrise, era sicuro dell'efficienza del collega e sapeva che sarebbe
rimasto sveglio a fianco degli agenti al parco.
“Dimmi.
Ci sono novità?”
“Abbiamo
fermato il famoso podista”
“Bene!
- esclamò entusiasta - arrivo subito”
Si
vestì immediatamente e corse fuori casa, si mise gli occhiali da
sole e saltò in auto. In meno di dieci minuti era al parco davanti
alla scuola. Domenico ed un agente erano in compagnia di un magro
signore di mezza età in completo da ranner. Roberto scese dall'auto
e tutti lo guardarono perplessi, per via degli occhiali da sole. Si
avvicinò al gruppo dando la mano al podista per presentarsi
scoprendo così che il suo nome era Carlo Avanzi e che aveva 48 anni.
Mentre
il cielo cominciava a schiarirsi Carlo raccontò di essere passato
vicino al luogo del ritrovamento del corpo intorno alle 4, ma che non
si era soffermato a guardare in mezzo all'aiuola davanti alla
montagnetta. Non sapeva quindi se il corpo della ragazza fosse già
lì oppure no. Roberto giudicò la conversazione inutile anche
perché era chiaro che quell'uomo non aveva davvero notato nulla. Era
sincero.
Tornò
in auto e si diresse verso casa, aveva bisogno di una doccia, una di
quelle rigenerative, poi sarebbe andato in obitorio da Desogus.
Era
bello vedere l'alba estiva di Milano, certo nulla in confronto alle
albe meravigliose del mondo, ma Roberto la giudicava particolare.
Milano, quando si risvegliava, dava la sensazione della calma prima
della tempesta.
Non
erano ancora le 5:30 del mattino e Roberto salì le scale fino al suo
appartamento e arrivò sudato.
La
doccia era proprio ciò che ci voleva. Sentire l'acqua fresca che gli
accarezza la schiena era proprio una libidine. Il suo corpo era quasi
assopito nel dolce torpore dell'acqua che lo accarezzava quasi
cullandolo, quando sentì il campanello che lo destò immediatamente:
“Ma
chi diavolo è a quest'ora?” si domandò mentre usciva dal box
doccia. Prese un asciugamano e cominciò ad asciugarsi
frettolosamente per poi avvolgerselo in vita. Il campanello suonò
ancora:
“Arrivo!”
urlò mentre si infilava le ciabatte. Guardò dallo spioncino ed
aggrottò le sopracciglia...
“Teresa!”
che ci faceva Teresa fuori da casa sua alle 6:15 del mattino?
Perplesso
le aprì la porta:
“Alla
buonora!” disse felice, entrando in casa come una saetta.
“Ma...”
Roberto non capiva.
“Dov'è
la moca?” chiese lei mentre avanzava in salotto come fosse a casa
sua. Lui la guardava senza capire mentre richiudeva la porta, poi lei
si girò e per la prima volta parve accorgersi che lui era a petto
nudo. Sorrise portandosi una mano alla bocca in un falsissimo
imbarazzo.
“Ops!”
esclamò sempre sorridendo.
“Ma
tu sei sempre così?” le domandò.
“Si
vive una volta sola giusto? Allora chiediti se vale la pena vivere
male.”
“Sei
assurda. Lasciatelo dire. Sei proprio assurda” le rispose
dirigendosi in cucina a prendere la moca e il caffè. Li posò sul
tavolino e quando si voltò quasi andò a sbattere contro Teresa che
nel frattempo gli si era avvicinata.
“Vuoi
farmi venire un infarto?” le chiese.
Lei
parve non sentire la sua domanda e, indicando una vistosa cicatrice
sulla sua spalla gli chiese.
“Cosa
hai fatto qui?”
“Un
incontro ravvicinato con un proiettile. Una vecchia storia”
“Ti
hanno sparato?!” chiese lei incredula.
“Vado
a vestirmi, se non ti dispiace.” Non gli andava di ricordare quei
momenti della sua vita.
Giocheremo
a guardia e ladri
La
sua villa lo guardava imperiosa, nel silenzio del mattino. La
frescura, che solo un buon mattino in campagna sapeva regalare, gli
accarezzava la pelle. Il profumo dell'erba bagnata di rugiada gli
inebriava la mente.
I
suoi cani gli si fecero intorno festosi, non appena aprì il cancello
della sua villa, ma tutto questo non servì a calmarlo. Le sue mani
erano malferme e l'agitazione gli agitava il cuore.
C'era
mancato proprio poco questa volta. Meno male che aveva capito in
anticipo che nel parco erano nascosti dei poliziotti in borghese e
nonostante avesse calcolato la mossa c'era mancato veramente poco
perché lo prendessero.
Era
stato fortunato.
Pensò
alla sua missione. Salvare quanti più bambini poteva da pseudo
madri. Avrebbe ucciso chiunque volesse impedirgli di portarla a
compimento. Certo si stava facendo prendere la mano. Aveva ucciso
due donne nelle ultime 48 ore. Ormai non riusciva più a smettere.
La
sua testa era un via vai di pensieri. Accese il suo tv lcd . Era
l'ora del tg della mattina.
In
primo piano c'era la sua storia, quella del mostro del Lambro.
Un
giovane giornalista era sul posto e stava raccontando i fatti:
“...Questa
mattina attorno alle ore 3:00 il mostro del Lambro ha scaricato qua
il cadavere di una donna. Gli inquirenti, come nei casi precedenti,
non hanno potuto identificare la vittima a causa del taglio delle
mani e delle ustioni sul volto. Il mostro del Lambro si è dato alla
fuga con la sua autovettura, un Bmw x6, subito dopo aver visto i
poliziotti, che erano nascosti e pronti all'assalto del mostro, in
attesa che uscisse allo scoperto...”
Spense
la tv, non gli andava di sentire oltre. I suoi pensieri furono tutti
per quell'ispettore con gli occhiali da sole.
Batté
i pugni sul piano bar
“Maledetto
bastardo!!! Vuoi la guerra? - disse - ...e guerra avrai. Giuro che
l'avrai!!!” Era infuriato, e al tremolio delle mani si aggiunse un
leggero tic nervoso della testa.
Chi
era quel poliziotto?. Dove lavorava? Dove viveva? Giurò a se stesso
che lo avrebbe distrutto, non fisicamente, ma mentalmente,
nell'intimo della sua psiche, si sarebbe pentito di averlo sfidato.
I
suoi occhi erano sgranati e carichi d'odio, guardava nel vuoto
immaginando il volto di quello sbirro, poi all'improvviso ghignò
divertito.
Ma
il divertimento durò poco.
Era
dominato dall'insaziabile desiderio di vendetta, doveva trovare
un'altra prostituta e impedirle di diventare madre e far soffrire un
altro bambino.
Andò
davanti al computer ma prima di avviarlo decise che avrebbe giocato
anche col poliziotto.
“Giochiamo
a guardie e ladri.” pensò.
Il
computer si accese, andò sul suo sito e cominciò a spulciare tra le
prostitute more.
“Vediamo
chi scegliere... ah eccola qua, bella e mora, proprio ciò che
cercavo. Anche tu eri molto bella e mora – parlò al suo fantasma -
mi ricordo di te sai?”
Scelse
Jessica, 25 anni, brasiliana... “solo per distinti” recitava
l'annuncio. Lui adorava quella espressione: “solo per distinti”.
“Cosa
vorrà dire poi! Comunque, cara mia, io sono il più distinto di
tutti!”
Prese
il suo numero e il suo indirizzo, via Panfilo Castaldi.
Ora
non gli restava che trovare le informazioni sullo sbirro e
incominciare il gioco.
Digitò
sul motore di ricerca: Mostro del Lambro indagini.
Gli
si aprirono svariate pagine, dopo una decina di minuti aveva le
informazioni che gli servivano: Roberto Locurto, ispettore di
polizia del commissariato di via Venini...
“Ora
possiamo iniziare il nostro gioco caro Roberto – pensò - ma in
questo gioco uno vince e l'altro muore” Si alzò soddisfatto prese
il telefono e chiamò Jessica
“Speriamo
di non disturbare!” pensò divertito visto che erano le 6 del
mattino.
Jessica
rispose andando incontro al suo destino.
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