8.
Mercoledì 2 Luglio dalle
9.00
-Il pedinamento
-Il racconto del soldato
-Mister orecchine al labbro
Il
pedinamento
Il
mostro del Lambro si aggirava nel suo covo alla periferia sud di
Milano. Le spighe di grano che aveva appositamente seminato attorno
per tutto il terreno, erano già alte quasi un metro e mezzo e forse
un giorno gli sarebbero state utili per una fuga veloce.
La
donna che aveva rapito quella mattina era al sicuro, legata nella sua
cantina completamente insonorizzata artigianalmente con cartoni di
uova lungo le pareti.
Ma
la fonte del suo nervosismo era un'altra. Il suo problema era quel
dannato poliziotto. Doveva studiarlo per capire come eliminarlo.
Lui
sapeva che i poliziotti conoscevano il modello della sua auto, dunque
doveva fare attenzione a girare per la città rischiando di venire
fermato anche per un semplice controllo. Forse era meglio acquistare
un'altra auto pensò e si promise di farlo nel corso della settimana.
Per pedinare il poliziotto, per il momento avrebbe utilizzato il suo
scooter. Lo recuperò immediatamente da casa, balzò in sella e, dopo
aver indossato il casco integrale con visiera scura si avviò verso
via Venini. Alle 9.20 era davanti al commissariato e, dopo poco
meno di cinque minuti, vide uscire dal piazzale un' alfa mito rossa
fiammante con a bordo mister occhiali da sole.
Gli
sembrò tranquillo, e questo non gli piacque, una ragione in più per
capire a che punto era con le sue indagini. L'auto era diretta verso
via Settembrini e lui la seguì a debita distanza, con andatura
tranquilla come se fosse un motociclista qualunque, anche se il
rischio di essere visto era molto alto poiché via Settembrini non
era una via caotica e circolavano poche auto.
La
percorsero tutta fino a viale Tunisia poi svoltarono a destra verso
piazza della Repubblica dove il traffico si intensificò parecchio,
con buona gratitudine per il mostro del Lambro.
L'inseguimento
continuò. Passarono davanti alla questura dove molti giornalisti con
telecamere e apparecchiature del mestiere, riempivano l'ingresso
principale. La sua storia iniziava a fare notizia a livello nazionale
e questo lo divertiva parecchio. La cosa più divertente era che
tutti sapevano chi era. Aveva persino stretto la mano al questore il
giorno in cui aveva fatto fuori la sua seconda vittima!
Lo
sbirro proseguì sulla cerchia dei navigli, passarono davanti alla
chiesa di San Marco.
“Ma
dove stai andando?” pensò.
Fecero
il giro di piazza Castello. La fontana al centro della piazza era in
funzione e molti turisti si godevano la poca frescura che le gocce
d'acqua riuscivano a procurare mentre se ne stavano tranquillamente
seduti sul bordo.
Per
un attimo ne fu attratto anche lui e, resistendo alla forte la
tentazione di mollare lo sbirro per godersi la fontana, continuò il
pedinamento.
Mister
occhiali da sole si fermò finalmente davanti ad un negozio di
tatuaggi in via Boccaccio. Il mostro del Lambro proseguì un pezzo
col suo scooter fermandosi un po' più avanti.
“Cosa
stai cercando là? Non mi sembri un tipo da tatuaggi!” si chiese,
ed attese curioso.
Roberto
scese dall'auto dopo aver sistemato la paletta della polizia in
maniera che fosse ben visibile per evitare un'altra multa. Sulla
strada l'aria era calda, peggiorata dall'asfalto asfissiante. Roberto
amava il caldo, anche se lo preferiva decisamente quando se lo poteva
godere su di una spiaggia in riva al mare.
Entrò
in negozio e fu accolto dall'aria condizionata e da una ragazza
sorridente. Indossava una canottiera nera ed una minigonna cortissima
che mettevano in bell'evidenza i numerosi tatuaggi distribuiti su
tutto ciò che l'abbigliamento lasciava intravedere del suo corpo.
“Buongiorno,
sono l'ispettore Locurto” esordì mostrando il tesserino. Negli
occhi della ragazza passò un filo di preoccupazione. Roberto ci era
abituato e si precipitò a tranquillizzarla.
“Non
si preoccupi, le devo fare solo una domanda e me ne vado subito.”
poi tirò fuori il suo cellulare e mostrò il tatuaggio alla ragazza.
“Riconosce
questo? L'avete fatto voi per caso?”
Lei
guardò l'immagine per qualche secondo, sembrava molto concentrata,
poi scosse la testa in segno di diniego.
“No,
mi spiace. E' un disegno originale, probabilmente il cliente ha
portato una foto e se lo è fatto riprodurre perché non è in
catalogo in nessuno dei negozi tattoo della zona”
“Ah!
Ho capito, la ringrazio per la sua pazienza.”
“Di
nulla si immagini.”
“Ok,
il primo è andato a buca. Ne restano 32!!!”
Dall'altro
capo di Milano neanche a Domenico la ricerca stava andando troppo
bene. Aveva già girato 4 negozi ma tutti risultarono essere un buco
nell'acqua. Ora si trovava in viale Monza per raggiungere il quinto
negozio ma l'ingorgo su quel viale alle 9:40 del mattino era
inverosimile, causato dai furgoni che rifornivano i negozi e dalle
auto parcheggiate in doppia fila. Non si sarebbe stupito di trovare
anche l'auto di Roberto parcheggiata alla bella e buona in mezzo alle
altre. Si rassegnò alla coda ed andò avanti.
Il
mostro del Lambro cominciava ad innervosirsi, quello sbirro entrava
ed usciva dai negozi di tattoo, era chiaro che stesse cercando
qualcosa: ma cosa?.
Dopo
via Boccaccio, infatti, era stato in quello di via Papiniano; poi in
quello di corso Vercelli ed adesso stava andando in quello di via
Sardegna: la via di Serena, e questo non gli piaceva affatto, non
poteva essere una coincidenza.
“Che
avesse una pista?” pensò. Non lo sapeva ma cominciava a
sospettarlo e cercò di fare mente locale. Forse Serena era tatuata?
Chiuse gli occhi per cercare di immaginare il corpo di Serena, dopo
qualche secondo focalizzò un dettaglio: una rosa attorno
all'ombelico.
“Quel
cane di uno sbirro sta seguendo una pista!” per l'ennesima volta da
quando quel poliziotto aveva preso in mano l'indagine si sentì
montare dal panico.
Doveva
pensare e doveva farlo in fretta.
Il
racconto del soldato
Dopo
la doccia si sentì rigenerato. L'acqua fresca che gli toglieva lo
sporco dalla pelle era un vizio al quale non voleva rinunciare. A
volte riusciva a lavarsi due volte al giorno, ma purtroppo era un
lusso che non capitava spesso.
Ora
poteva riavviarsi verso piazza Tricolore dove avrebbe trovato qualche
amico col quale scambiare due chiacchiere ed una partita a carte
mentre aspettava mezzogiorno, orario di apertura della mensa dei
poveri. Una persona nel suo stato sociale poteva usufruire di un
altro privilegio, raro per tutti i milanesi vittime di quell'infausto
sistema: poteva girare per la città in tutta calma, davvero una
grande soddisfazione, la frenesia di Milano non gli mancava proprio.
Il
bel tempo rese gradevole al soldato la passeggiata nonostante qualche
goccia di sudore per il troppo caldo da smog e il peso del suo sacco.
Passò
davanti ad una vetrina di un negozio, appoggiò il sacco a terra e si
guardò contro luce trovandosi, in fondo, ancora un bell'uomo.
Gli
venne in mente “il sosia”, un suo grande compagno di strada.
Veniva chiamato così per la sua grande somiglianza con un attore di
Hollywood. Sorrise ricordando di come tutti lo prendevano in giro
dicendogli che era nato nel posto sbagliato.
“Pensa,
se fossi nato in America ora saresti un attore e se quell'attore
fosse nato in Italia sarebbe un barbone come te! Come è ingiusta la
vita.” e lui brontolava poiché non aveva mai creduto a questa
storia. Era fortemente convinto che ognuno di loro viveva le proprie
scelte di vita e che anche se fosse nato in America avrebbe ragionato
sempre con la propria testa e la sua posizione non si sarebbe
discostata troppo da quella in cui si trovava. Questo valeva per lui,
per l'attore e per tutti gli essere umani.
Nonostante
i suoi tentativi di convincere gli amici con la sua teoria, per loro
il sosia rimaneva una popolarità per via di quella somiglianza ma il
soldato l'aveva sempre accostata ad una beffa che aveva voluto
giocargli il destino.
Ricordava
che il sosia dormiva sempre sulle panchine davanti alla stazione
centrale. Gli piaceva essere svegliato dal via vai della gente. La
stazione era vicina al bar dove lui faceva colazione. Un giorno
dell'estate precedente quel via vai non lo svegliò più. Morì su
quella panchina nell'indifferenza più totale dei passanti. Quel
giorno passarono in migliaia davanti al corpo esanime del sosia ma
nessuno si accorse di nulla finché l'odore della morte accelerato
dal caldo aveva indotto qualcuno a chiamare la polizia.
Era
la stessa sensazione che provava lui in quella città. Nonostante ci
fossero un milione e mezzo di abitanti, riusciva a sentirsi solo.
Accompagnato
da questi pensieri riprese il suo cammino, ed arrivò nuovamente in
piazza Tricolore.
“Ehilà
soldato!” lo chiamò Dente soprannominato così poiché aveva un
dente solo. Era un mistero riuscire a capire come facesse a
masticare!
“Dove
sei stato?” gli domandò Dente.
“Ho
fatto la doccia in centrale!” Dente scoppiò a ridere insieme ad
altri che erano con lui.
“Che
ti lavi a fare che poi puzzano i vestiti?” chiese uno dell'allegro
gruppetto.
“Disciplina.
E' un militare lui.” rispose Dente più per difenderlo che per
prenderlo in giro.
“Ridete
pure di me, ma io sto bene così. Sentite piuttosto cosa ho da
raccontarvi” e iniziò a parlare loro del Bmw x6 che partì a razzo
per caricare una prostituta senza essere visto da altre auto. Tutti
lo ascoltarono, anche perché non c'era molto da fare e spesso si
raccontavano delle storie, a volte vere, altre volte solo leggende
metropolitane così, tanto per passare il tempo.
La
voce del Soldato giunse fino a Mario Turro che in quel momento era
fermo al semaforo rosso poco distante dal gruppo di amici, a bordo
del suo lussuoso Volvo. Il racconto di quel senza tetto gli fece
venire in mente Jessica, la escort che frequentava di solito e che
non era lontana da là, così guardò il suo orologio, decise che in
fondo poteva arrivare anche un po più tardi in ufficio, essere
padroni di se stessi doveva pur avere qualche vantaggio.
“Ma
si, faccio un salto da Jessica e poi vado carico al lavoro.” pensò.
Così,
non appena scattò il verde svoltò a destra su viale Piave direzione
Panfilo Castaldi.
Mister
orecchini al labbro
Roberto
arrivò in via Sardegna, parcheggiò sul lato della strada opposto al
negozio di tattoo, ovviamente in doppia fila. Si sistemò gli
occhiali da sole mentre chiudeva l'auto e si avviò ad attraversare
la strada.
Via
Sardegna non era una delle più frequentate della città, nonostante
fosse una viale largo, ed il traffico era quasi sempre scorrevole, un
vero e proprio paradiso urbano.
Si
era tolto la giacca che aveva lasciato in auto appesa con un ometto.
Era molto preciso con i suoi abiti e ancora pensava al suo bel
cappotto rovinato qualche mese prima in un caso che lo aveva
coinvolto insieme al suo amico Angelo. Ma era meglio non pensarci più
a quell'episodio che aveva provato non poco l'equilibrio della sua
psiche.
Mentre
era quasi arrivato dall'altro lato della strada l'istinto gli impose
di voltarsi alla sua destra. Ad un centinaio di metri da lui vide uno
scooter che sostava col motociclista immobile a bordo del motociclo.
Lo
osservò qualche istante, non sapeva chiarirsi il motivo, ma si sentì
pervadere da una sgradevole sensazione. Dando la colpa allo stress,
si incamminò verso il negozio.
Era
preparato ad un incontro con un individuo, rispettabile certo, ma
particolare.
Gli
andò incontro un ragazzo sui trent'anni, capelli molto corti, quasi
rasato, tatuato perfino sul volto e con il labbro inferiore
pesantemente ornato da sei anelli metallici. Roberto dovette
trattenersi per non fare gesti o facce fuori luogo, doveva
concentrarsi solo su quello di cui aveva bisogno.
Si
presentò e il ragazzo lo accolse con fare perplesso poi, capendo il
motivo della visita si tranquillizzò.
“Chissà
perché si preoccupano così tanto ogni volta che vedono un
poliziotto” pensò Roberto. Poi il ragazzo tirò su di naso e
Roberto capì. Non c'era bisogno di essere della narcotici, il
ragazzo aveva appena sniffato, ma decise di fare finta di niente. Era
là per un altro motivo. Gli mostrò la solita foto:
“Ha
fatto lei questo tatuaggio?”
“Si,
si. Certo. L'ho fatto ad una ragazza che abita da queste parti”
“Ricorda
il nome?” chiese Roberto con frenesia.
“Serena ma il cognome non lo so”.
“Serena ma il cognome non lo so”.
“Non
l'ha segnato da qualche parte?” chiese agitato Roberto che si
sentiva vicino al primo vero tassello di quel caso.
“Non
si allarmi... - disse sentendo l'agitazione nel tono della voce del
poliziotto - ...so come rintracciarla. Lavora con il sito “labbra
di rosa” o almeno così mi raccontò lei. Quella rosa è il logo
del sito è da lì che me l'ha fatto stampare... poi gliel'ho
tatuato.”
“Vuol
dire che lei era...”
“Una
prostituta, o escort come si chiamano adesso – continuò il ragazzo
per lui - ma perché era? Le è successo qualcosa?” chiese
incuriosito e preoccupato allo stesso tempo.
“Si.
Purtroppo credo sia morta. Non l'abbiamo ancora accertato. Senta ha
un computer?”
“Certo.”
“Possiamo
recuperare il suo indirizzo dal sito? Le spiace?”
“Certo
che no!” e si mise subito al lavoro sul computer. In pochi secondi
era collegato al sito, aprì la pagina delle escort di Milano, cliccò
su Serena, si aprirono tutte le sue foto, più nuda che vestita, non
poté fare a meno di pensare che era proprio una gran bella ragazza,
ma non importava adesso, quello che era importante era che Roberto
riconobbe il suo tatuaggio e non ebbe dubbi sull'identità della
ragazza.
L'aveva
trovata!!!
Prese
l'indirizzo e ringraziando lo strano ragazzo, si diresse verso la sua
auto, preso dai suoi pensieri ed euforico per la scoperta. Solo alla
fine si accorse del lieve rumore di un motore che si avvicinava
rapidamente. Si voltò veloce e riconobbe lo scooter di prima che gli
era quasi addosso, corse verso la sua auto con lo scooter sempre più
vicino chiaramente intenzionato ad investirlo. Roberto aveva solo una
possibilità di salvarsi e, istintivamente, saltò di lato.
Lo
scooter lo toccò appena e dopo una leggera sbandata si allontanò
repentino dal quel luogo. Roberto cadde rovinosamente a terra, i suoi
preziosi occhiali da sole gli scivolarono via, e dopo due o tre
rotoloni si ritrovò sotto la sua cara e vecchia alfa Mito. L'unico
passante presente gli si fece
incontro,
come pure mister orecchini al labbro.
Lo
aiutarono a rialzarsi, mentre col cuore impazzito, cercò con lo
sguardo i suoi occhiali da sole, li vide, erano in mezzo alla strada
e non appena fu in piedi li recuperò; si erano rotti e questo gli
fece montare ancora di più la rabbia.
Mister orecchini al labbro lo portò in negozio e disinfettò subito le escoriazioni sanguinolente che si era procurato sulle mani, sulla parte esterna del braccio destro, all'altezza del gomito e sul deltoide del braccio sinistro.
Mister orecchini al labbro lo portò in negozio e disinfettò subito le escoriazioni sanguinolente che si era procurato sulle mani, sulla parte esterna del braccio destro, all'altezza del gomito e sul deltoide del braccio sinistro.
Roberto
intanto chiamò Domenico e lo mise al corrente degli ultimi sviluppi.
Domenico gli rispose che sarebbe arrivato entro mezz'ora.
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