Prologo
Venti anni prima
Il
bambino col suo sguardo triste osservava il mondo fuori dalla
finestra. La pioggia cadeva costante, opprimente, accompagnata da
nuvole grigie e cupe cariche d'acqua. Una pioggia che sembrava
volesse lavare tutto lo sporco di Milano, e Milano, di essere lavata
ne aveva davvero bisogno.
I
suoi grandi occhi neri si soffermarono sulla strada, nella quale
transitavano auto che si trascinavano stanche nella via del rientro a
casa dopo una giornata di duro lavoro milanese.
Erano le cinque del pomeriggio, la notte era già padrona della
città, le luci dei lampioni e dei negozi erano già tristemente
accese.
Lo stomaco del bambino brontolava, aveva fame e freddo, sua madre era
andata via per un fine settimana di lavoro e come al solito si era
dimenticata di lasciargli qualcosa da mangiare, inoltre era sicuro
che gli fosse salita la febbre, ma per fortuna o sfortuna sua madre
sarebbe tornata presto. Certo si sarebbe arrabbiata per via del frigo
vuoto, e urlando probabilmente lo avrebbe mandato a comprare qualcosa
anche se aveva la febbre alta, e magari gli sarebbe toccato andare
fuori senza l'ombrello, la giusta punizione, perché secondo lei il
figlio gli stava sempre tra i piedi, e le dava tante, troppe
preoccupazioni.
Il bambino non capiva perché sua madre si comportasse così, infondo
non era stato lui a chiedergli di essere messo al mondo.
Eppure la sua nascita portò delle ripercussioni che cambiarono la
vita della donna che l'aveva partorito, ed il bambino non riusciva a
comprenderle per questo, nella sua ingenuità si chiedeva “Perché?”
La prima conseguenza della sua nascita fu che suo padre scappò con
un'altra e adesso viveva tranquillo in America, mentre lui era
rimasto lì con una madre che non lo sopportava, lo considerava quasi
come un macigno, un peso insormontabile. Ma per lei il bambino era
anche una valvola di sfogo, su di lui poteva scaricare ogni suo
malumore, a volte solo urla, altre con vere e proprie punizioni
fisiche, lui era la causa della vita disgraziata di lei.
Il bambino si rifiutava di chiamarla madre già da un anno, ed un
anno era un tempo molto lungo per un bambino che di anni ne aveva
vissuti solamente otto, praticamente un ottavo di vita.
Si lasciò la finestra, Milano con le sue nubi e la sua pioggia alle
spalle, prese la sua palla da tennis e si sdraiò sul divano
piangendo. Le sue erano lacrime amare, erano lacrime di solitudine,
lacrime versate a causa di un mondo, che con lui, era stato ingiusto,
rimase lì, stretto in un pianto soffocato, mentre la fame e la
febbre avanzavano dentro di lui avvolgendolo in un abbraccio di
sofferenza.
In quella posizione si addormentò, e fu svegliato solo dalle urla
della madre che frugando all'interno del frigorifero non ci aveva
trovato nulla da mangiare. La colpa, ovviamente, ricadde su di lui:
fa niente se non mangiava da due giorni, se non gli aveva lasciato
soldi per acquistare qualcosa, se era malato; così, come aveva
ipotizzato fu mandato al supermercato vicino a suon di sberle. Con la
febbre in corpo, sotto la pioggia, il bambino si avviò al negozio,
ma i brividi di freddo, provocati anche dalla febbre crescente, lo
fecero svenire in mezzo alla strada; e mentre cadeva di netto, tra
gli sguardi curiosi della gente, sul marciapiede; un pensiero gli
invase la mente, la consapevolezza che prima o poi sarebbe cresciuto,
ed allora tutto sarebbe cambiato. Sarebbe stato diverso, perché lui
di morire così in mezzo ad una strada per la negligenza di una donna
che avrebbe dovuto proteggerlo proprio non gli andava.
Nessun commento:
Posta un commento