Visualizzazioni totali

Primo capitolo

1.


Martedì primo Luglio dalle 3 del mattino


-Il mostro del Lambro
-passaggio di consegne
-visita in obitorio





















Il mostro del Lambro


Era una notte calda e punteggiata di stelle, la luna piena emanava una luce bianca e fredda, capace di illuminare la strada, i marciapiedi, le case.
Milano dormiva, assopita sotto quell'estivo cielo milanese.
Nelle finestre delle case le luci erano quasi tutte spente, tranne qualcuna, rara, dove la vita della giornata appena trascorsa non voleva morire, lasciando che la notte facesse il suo corso naturale.
Le auto che transitavano su via Monfalcone non erano molte, davanti ad un'edicola chiusa era ancora sistemato un cartello che lo riguardava. “Il mostro del Lambro” i giornalisti avevano una fantasia ferrea, pensò divertito.
Avanzò inosservato con la sua auto e subito dopo un semaforo, che emetteva la luce gialla ad intermittenza, il mostro del Lambro girò in via Crescenzago costeggiando un palazzo coi muri verniciati di rosso, che si trovava proprio di fronte all'istituto tecnico Molinari.
Parcheggiò la sua auto in uno spiazzo, davanti ad una delle entrate del parco Lambro, subito dopo l'istituto tecnico. Dietro di lui c'era solo il muro di cinta di una fabbrica che a quell'ora era chiusa. La zona era abbastanza appartata e poco illuminata, così la poca luce che filtrava fino a quel punto era dovuta ai lampioni posti davanti al Molinari. Non correva il rischio di essere scoperto. In ogni caso doveva stare all'erta, per via della pattuglia della polizia che faceva il suo solito giro di perlustrazione, anche se non capiva come mai, visto che aveva già operato in quella zona, le ronde non fossero state raddoppiate, ma a lui tutto-sommato andava bene così.
Appena scese dall'auto fu investito dal calore della notte, una sensazione accentuata dal fatto che all'interno dell'auto aveva acceso l'aria condizionata. Aprì il baule del suo Bmw, diede uno sguardo veloce al cadavere prima di prendere la pala che gli sarebbe servita per scavare la buca.
Si avviò nel parco, avvolto dalla semioscurità. Seguì il sentiero asfaltato, superò una collinetta, ed immediatamente dopo raggiunse uno spiazzo idoneo, cominciò a scavare, il terreno era duro, arido, erano passati un bel po' di giorni dall'ultima volta che era piovuto, forse era passato un mese, ma lui era forte ed atletico e scavò senza problemi la sua buca, una buca poco profonda, giusto per la messa in scena.
Tornò alla sua auto, si guardò attorno prima di aprire il baule e prendere il cadavere della donna, che era avvolto nel cellophane, lo appoggiò a terra, prese dell'altro cellophane che gli sarebbe servito per avvolgere la pala prima di rimetterla in auto, non voleva mica correre il rischio di sporcarla. Chiuse il baule... da lontano sentì il motore di un'auto che si avvicinava, si abbassò dietro la sua macchina... attese... l'auto che sopraggiungeva rallentò un attimo... il mostro attese impaziente, poi l'auto accelerò e passò oltre. Il mostro si caricò in spalla il fagotto e si incamminò verso la buca; il cammino avvenne senza intoppi, buttò il cadavere della donna a terra, la liberò dal cellophane e la scaraventò dentro la fossa.
Si soffermò a pensare ai momenti deliziosi passati con lei, momenti indimenticabili che aveva vissuto prima di ucciderla, prima che ricevesse la giusta punizione.
“Infondo non lo sai ma te lo sei meritato! Te la sei cercata!” pensò scrollando la testa lentamente.
Prese la pala e cominciò a buttare la terra sulla donna, non voleva coprirla tutta, l'indomani mattina il primo che sarebbe passato di là l'avrebbe trovata.
Si diede da fare per cancellare le impronte, e quando ebbe finito avvolse la pala nel cellophane, raccolse anche quello che era servito per avvolgere la donna e si allontanò da quel luogo.
Il mostro del Lambro cercò di fare mente locale su tutti gli avvenimenti di quella sera, ripercorse ogni singolo minuto con la sua mente, e solo quando fu sicuro di non aver tralasciato nulla saltò in auto e partì a razzo. Ma tutto quel lavoro gli mise appetito e così prima di andare a casa a riposarsi decise che si sarebbe fermato in un locale lungo la strada per farsi un panino.


Passaggio di consegne


La sveglia suonò assordante come tutte le mattine. Roberto Locurto allungò una mano per spegnerla, il primo colpo andò a vuoto, il secondo no, colpì la sveglia di sbieco facendola saltare leggermente prima di rimbalzare e cadere a terra. L'urto col pavimento produsse un trillo costante e fastidioso.
Porca vacca...” imprecò “...se il buongiorno si vede dal mattino questa sarà una giornata da dimenticare...” borbottò mentre si tirava su a sedere. Si strofinò gli occhi, aprendoli. Intorno a lui era tutto buio. Si alzò dal letto e tirò su la tapparella; la luce mattutina entrò nella stanza come un laser luminoso e ne invase ogni angolo. Roberto dovette attendere un attimo prima di riuscire ad abituare i suoi occhi a tutta quella luce.
Prima di assolvere tutti i compiti del mattino, Roberto aveva bisogno di un buon caffè. Si incamminò verso la cucina, ma prima di oltrepassare la porta della camera da letto inciampò in una delle scarpe che si era tolto la sera prima e quasi perse l'equilibrio.
No, no. Sarà una giornata da schifo...” imprecò di nuovo tra sé e sé. Mise la moca sul gas e, nell'attesa della miracolosa bevanda nera, andò a farsi una doccia veloce. Non poté fare a meno di pensare a Maria, ormai erano due mesi che se ne era andata, l'aveva lasciato per una nuova missione umanitaria. Sempre pronta a rischiare la sua pelle per salvare quella degli altri, non avrebbe mai rinunciato al suo essere un medico senza frontiere e per questo aveva sacrificato il loro amore. Certo Roberto la capiva, anche lui non avrebbe rinunciato mai ad essere un poliziotto, però ne aveva sofferto e ne soffriva ancora, anche se la ragione gli diceva che a causa dei loro mestieri
non sarebbero mai riusciti a stare insieme.
Quando uscì dal bagno l'aroma della meravigliosa bevanda nera aveva saturato l'aria della casa, però, a rovinare quel meraviglioso profumo c'era un leggero odore di bruciato che si miscelava ad esso. Corse in cucina, il caffè bolliva e per metà si era rovesciato sul fornello...
Nooo! Credo proprio che sarà una giornata di mer...” si morse la lingua per non cominciare a dire parolacce di prima mattina. Tanto c'era abituato. Da quando Maria se n’era andata tutto era tornato come prima, compreso il caffè che si rovesciava sul fornello.
Si fece la barba e dopo aver raccolto i vestiti del giorno prima e buttati nel cesto della biancheria sporca, indossò un completo classico blu, una camicia bianca, ma assolutamente senza cravatta. Prese le chiavi della sua alfa mito, si mise gli occhiali da sole e uscì. Prima meta, un bar per il caffè, poi in commissariato.
Nonostante fossero le otto del mattino il sole era già alto e scottava.
In via Rombon le auto erano già in coda, e qualche esaurito si era attaccato al clacson: il perché in quella città la gente fosse sempre più esaurita ed esasperata Roberto non lo capiva proprio. Arrivò al bar a prendere il suo tanto sospirato caffè e all’uscita incontrò la signora Lina.
Buongiorno signora, già fuori a quest'ora della mattina?”
Ah caro, devo fare un po' di spesa. Stasera arriva mia nipote da Taranto”.
Vuole che l'accompagno?”
No caro, grazie.”
Come vuole, per me non è un problema.” Roberto la salutò avviandosi verso la sua Mito, ma dopo qualche passo la signora Lina lo richiamò:
Senti perché non vieni a cena da me?”
No, la ringrazio...”
Eh, mi dispiace ma non accetto un no come risposta. Ti aspetto.”
Grazie signora ma...”
Ma, ma, ma... - lo interruppe lei - ...non starai ancora pensando alla tua dottoressa? Vieni, mangi e te ne vai.”
Roberto non poté rifiutarsi, era sempre così con la signora Lina.
Tra un semaforo rosso e l'altro, rosso a sua volta, Roberto riuscì ad arrivare in commissariato in Via Venini. Appena entrato, l'agente di guardia, un venticinquenne di Potenza, Dario Cicoria, si alzò di scatto dalla sua scrivania. La sedia sulla quale era seduto cadde all’indietro, producendo un rumore secco e sordo. Dario sbatté le cosce contro la scrivania che balzò leggermente avanti
stridendo, trattenne una smorfia di dolore e fece un goffo saluto
militare.
Buongiorno ispettore...”
No, no, caro Dario questa ha tutte le caratteristiche per essere una giornata di merda.” pensò ma rispose invece:“Buongiorno anche a te.” e si diresse alle scale.
Mentre camminava sentì ancora la scrivania stridere e la sedia, come se ricadesse o rotolasse. Si voltò per capire cosa stesse succedendo e vide la figura di Dario Cicoria che lo seguiva affannato cercando di fare un imbarazzato saluto militare.
Lascia stare Dario! Devi dirmi qualcosa?” cercò di tagliare corto Roberto.
Il commissario Ferrante l'aspetta nel suo ufficio” rispose tutto d'un fiato.
Bene, grazie!”si voltò e cominciò a risalire le scale.
Ispettore?” lo chiamò ancora.
Cosa c'è ancora!!!” quel ragazzo riusciva a mandarlo in bestia.
C'è anche il questore Zanutta.”
Grazie. C'è altro?” chiese stizzito Roberto.
Nossignore!”
Allora torna al tuo posto!” quasi urlò Roberto.
Certo, certo...” Dario si girò di scatto e quasi inciampò su se stesso, Roberto non poteva credere ai suoi occhi, batté le mani perplesso, poi decise di lasciarsi tutto alle spalle.
Andiamo da Ferrante – pensò - ma che diavolo ci fa qui il questore Zanutta?”
Aria di guai, se lo sentiva.
Fece un respiro profondo prima di bussare alla porta del commissario, un uomo che sembrava uscito da un quadro del primo novecento, sulla sessantina, capelli grigi, faccia rotonda, lunghi baffi con la punta all'insù.
Roberto bussò e l'ordine di entrare arrivò immediato.
Nell’ufficio del commissario, come anticipato dall’agente di guardia, trovò anche il questore, uno spilungone alto, di mezz'età, con la testa quasi completamente calva, indossava degli occhiali sottili dietro i quali brillavano vispi ed intelligenti occhi azzurri. Accanto a lui c'era l'ispettore capo Sagario, a testa china. Sembrava avesse appena preso un ceffone in pieno viso.
Il commissario se ne stava seduto possente dietro la sua scrivania.
Mi ha fatto chiamare commissario?”chiese Roberto rompendo il silenzio.
Abbiamo un bel problema qui!”rispose.
Un grosso problema...”marcò il questore guardandolo, poi si girò verso l'ispettore Sagario
Lei può andare” e questi sgattaiolò via veloce.
Ma cosa diavolo succede?” domandò Roberto a se stesso, sicuro che il suo diretto superiore avesse preso un bello sciacquone dal questore e dal commissario.
Credo che lei sia a conoscenza dei delitti del mostro del Lambro” ruppe il silenzio il questore fissandolo.
Quel soprannome, il mostro del Lambro, era una trovata di qualche giornalista. Negli ultimi due mesi infatti erano stati rinvenuti i cadaveri di due donne, seppellite male e di fretta, proprio all'interno del parco Lambro, che tra l'altro si trovava molto vicino a casa sua. Ne era nato un caso giornalistico nazionale.
Certo dottore” si limitò a rispondere, lasciando intendere al questore di arrivare al punto.
Questa mattina attorno alle cinque è stata trovata una terza vittima - la voce sembrava perdere di consistenza - l'ispettore Sagario non è riuscito a trovare niente... non un solo passo... ma che dico... non un solo mezzo passo avanti in un mese e adesso abbiamo un'altra vittima - ora il suo tono stava riprendendo vigore - così io ed il commissario Ferrante abbiamo deciso di sollevarlo dall'incarico. Visto la sua buona nomea vorrei che fosse lei a prendere in mano l'indagine.”
Roberto lo guardava perplesso e nel frattempo pensava a quanto doveva essere arrabbiato Sagario, ma non riusciva ad essere dispiaciuto per lui. Lo detestava.
Va bene... però vorrei che mi affiancaste Domenico Canzi.”
Nessun problema, il caso è suo...”rispose il questore poi gli si avvicinò e fissandolo negli occhi aggiunse:
Spero che sia davvero all'altezza della sua nomea, non mi deluda. E ora vada. La vittima dovrebbe già essere sul tavolo del medico legale”.
Roberto raggiunse il suo ufficio. I fascicoli dei delitti commessi dal mostro del Lambro erano già sulla sua scrivania. Prese il telefono e fece il numero interno dell'ufficio di Canzi, gli ordinò di raggiungerlo subito, e dopo pochi minuti sentì bussare alla sua porta.
Entra” disse.
Domenico Canzi aveva solo otto anni meno di Roberto e tra i due c'era un ottimo rapporto di stima reciproca, oltre il giusto connubio tra amicizia e lavoro.
Ci hanno scaricato una bomba” gli comunicò Roberto
Perché dici:“Ci hanno?””
Non pensavi davvero che ti lasciassi fuori? Lo sai che sono generoso...”
Già! É proprio questo che mi preoccupa”
Il questore ed il commissario ci hanno dato...”
Ancora cii?”
Si, si. Proprio ci... te lo assicuro... ci hanno rifilato il caso del mostro del Lambro”
Una bella patata bollente... e tu proprio non ce l'hai fatta a lasciarmi fuori...”
Bingo!” rispose Roberto strizzandogli l'occhio.
Sono commosso.”
Adesso non metterti a piangere.”
No, no. Stai tranquillo... - poi tornando serio domandò - Hai qualche idea su dove cominciare?” “No. Da quanto ne so Sagario era in un vicolo cieco. Però potremmo cominciare col dare un'occhiata approfondita sul luogo del ritrovamento? Guardare un po' in giro... insomma incominciare ad andare là. Io intanto andrei all'obitorio per capire cosa ha da dirmi Desogus e poi ti raggiungo”
Ok Vado subito!”
Roberto si soffermò ancora un po' sui fascicoli che aveva davanti, spulciò i documenti e le fotografie delle due vittime non identificate. Il mostro del Lambro si era dato la pena di tagliare le mani delle donne e di sfigurarne il volto con dell'acido muriatico proprio per evitarne l'identificazione.
La vista di quelle fotografie turbò non poco Roberto. Dal corpo si capiva che le vittime erano giovani ma, per saperne di più, avrebbe dovuto parlare con Desogus.
Aprì la finestra del suo ufficio e guardò fuori.
La temperatura si stava alzando notevolmente e Roberto era pronto a scommettere che avrebbe raggiunto i ventotto gradi e con l' umidità che c'era, la gente avrebbe sudato anche solo per alzarsi dalla sedia.
Via Venini non era molto frequentata, mentre a solo pochi metri da lì, su Viale Brianza il traffico in tilt. Assurdo ed incomprensibile, strade deserte e strade sature di automobili convivevano a pochi metri le une dalle altre.
Era ora di andare...
Roberto si riscosse dai pensieri e lasciò il suo ufficio. Erano le nove e trenta del mattino. Sulle scale incontrò due colleghi in borghese della narcotici che stavano salendo con un nord africano ammanettato. Gli venne da pensare che i due poliziotti sembravano più delinquenti del delinquente stesso!
Non appena fu giù nell'atrio si avvicinò alla guardiola, Dario Cicoria non si accorse di lui, intento com'era a risolvere le parole crociate. Roberto alzò gli occhi al cielo prima di bussare al vetro
Toc, toc...
Dario alzò la testa e nel vederlo scattò all'impiedi e, esattamente come le altre volte, la sedia cadde all'indietro e lui sbatté le cosce contro la scrivania facendola balzare in avanti...
E poi dicono dei carabinieri!!!” pensò scherzosamente tra sé Roberto onde evitare di arrabbiarsi sul serio.
Dica ispettore” disse tutto agitato.
Se mi cercano sono fuori, mi potete rintracciare sul cellulare”
Va bene...”
No, non va bene...” disse Roberto con un filo di voce per non farsi sentire.
Come dice ispettore?”
Niente, niente. Continua pure le tue parole crociate. Riesci a finirle almeno?”
Veramente... mmm... non ne ho mai finita una...”
Non ci posso credere...” borbottò tra sé Roberto.
Come?”
Lascia stare!” Roberto si voleva allontanare il più velocemente possibile ma prima di uscire si sentì richiamare con una certa urgenza nella voce da Dario.
Ispettore? Ispettore?” Il rumore della sedia, un tonfo, un gemito sottile e dopo qualche secondo Dario Cicoria fu fuori dalla guardiola.
Dimmi”disse esasperato e preoccupato Roberto.
E' imbarazzante... cioè... mi spiace chiederle una...”
Cosa c'è? - sbottò Roberto - Ho da fare!”
Sa mica cosa tira la trattrice? Inizia con la lettera a...”
Che ne pensi di aratro, credi che possa andare bene?”rispose stizzito Roberto.
Aratro!!! - disse battendosi una mano sulla fronte - ...ispettore lei ha ragione... come ho fatto a non pensarci?” Roberto si girò e si avviò di corsa verso l'uscita prima di perdere le staffe e prendere a sberle Dario.


Visita in obitorio


Roberto arrivò in piazzale Gorini e lasciò la sua auto fuori dall'istituto di medicina legale, all'angolo con via Mangiagalli. Posizionò la paletta della polizia in modo ben visibile sul cruscotto pensando: “Con i vigili urbani e gli ausiliari del traffico, non si sa mai.”
Andare all'obitorio non gli piaceva troppo, anzi gli metteva addosso una strana agitazione,ma il suo lavoro lo portava spesso là.
Buongiorno!”esclamò Desogus vedendolo entrare e distogliendo l'attenzione dal cadavere della donna distesa sul tavolo di ferro davanti a lui.
Ciao Emilio, come va?”
E come vuoi che vada quando ti svegliano alle cinque del mattino perché trovano un cadavere in giro per la città?”
Male?!”rispose Roberto sarcastico.
Già! Piuttosto... che ci fai qua?”domandò curioso il medico.
Mi hanno appioppato il caso del mostro del Lambro.”
Davvero?!” il suo volto esprimeva meraviglia.
Roberto annuì
Oh,Oh... chissà l'incazzatura di Sagario...” Desogus sembrava divertito da quella faccenda.
Puoi immaginare! Allora, che mi dici della donna?”
La ragazza doveva avere all'incirca trent'anni, Visto che il rigor mortis è ancora in atto possiamo dire che è morta da circa dieci ore, diciamo tra mezzanotte e l'una. La causa del decesso è “asfissia da strangolamento,” il solco sul collo non lascia dubbi”
C'è stata una colluttazione tra la vittima ed il suo assassino?”
No, come per le altre vittime non ho trovato segni di ecchimosi nella regione addominale o sul dorso, niente di niente...” Desogus prese un braccio mozzato della ragazza e gli mostrò delle lacerazioni, abrasioni, visibili appena sopra a dove era stata tagliata la mano,
“…come vedi, questi segni ci dimostrano che la ragazza è stata legata, sia ai polsi... - andò in fondo al tavolo e alzò leggermente il piede della donna, mostrandogli la caviglia - che alle caviglie. E se vuoi ti dico pure che la ragazza è stata stordita con dei barbiturici, esattamente come le altre due vittime”
Stordita, legata...” Roberto stava riflettendo e Desogus, sollevando il lenzuolo dal viso della ragazza per mostrare le ustioni, continuò per lui:
Stuprata, uccisa ed infine resa irriconoscibile dal taglio delle mani e dall'acido muriatico buttato sulla faccia”
Che cribbio, copri!!!” sbottò Roberto impressionato. Poi riprese fiato:
...era ancora...viva quando...”
No, no. Per fortuna il taglio delle mani e lo scioglimento del volto con l'acido sono tutte ferite post mortem”.
Roberto annuì sollevato.
Hai trovato tracce di liquido seminale? Impronte? Insomma qualcosa che può essere utile?”
No, mi spiace Roberto quel tipo è un fantasma, non ho trovato nulla. Ti hanno scaricato una bella patata bollente.”
Già! Così pare... sembra che questo sia un psicopatico calcolatore che vuole annullare completamente le sue vittime, le priva di tutto anche della loro identità” pensò Roberto con rabbia, “Grazie Emilio, se scopri qualcos'altro avvertimi subito”
Lo farò sicuramente, stai tranquillo” rispose, e lo guardò andare via.
Finalmente era uscito da quel posto, aveva visto e sentito abbastanza. Guardò l'orologio: le dieci passate e fuori faceva molto caldo. Si tolse la giacca e restò in maniche di camicia.
In auto accese al massimo l'aria condizionata e si diresse al parco Lambro. Voleva controllare di persona il luogo del ritrovamento.
Parcheggiò davanti all'istituto tecnico di via Crescenzago e proseguì a piedi quei pochi metri che lo separavano dal parco.
Lungo la strada c'erano i furgoni dei vari telegiornali, sia locali che nazionali.
I nastri bianchi e rossi della polizia scientifica delimitavano la zona e dovette farsi largo tra curiosi e giornalisti per superare il nastro. Un agente gli si fece incontro per fermarlo ma Roberto gli mostrò prontamente il tesserino.
Scusi ispettore” disse quasi per giustificarsi.
Nessun problema.”lo rassicurò, e passò oltre. Quando fu vicino alla buca vide Domenico e gli si accostò.
“Qualcosa di interessante?”
Niente. Nessuno ha visto o sentito nulla qua vicino”
L'aria afosa faceva sudare Roberto che si chinò sulla buca...
Non ha faticato troppo per scavarla!” disse constatandone la poca profondità.
Sembrerebbe di no!”
Voleva che la trovassimo... ma non che la identificassimo! Perché?”chiese più a se stesso che ad altri mentre si rialzava sistemandosi gli occhiali da sole con un gesto meccanico. Domenico fece spallucce, come per dire, “E che ne so!” ma Roberto parve non accorgersene.
C'è sempre un motivo Domenico. Ricordatelo!” disse mentre si allontanava.
A proposito Domenico?”
Si?”
Non fare spallucce quando non sai cosa rispondere, non tutti i tuoi superiori sono clementi come me!”gli rispose sorridendo mentre riprendeva la sua strada.
Che figura di legno che ho fatto.” pensò Domenico mentre osservava Roberto che si allontanava.











Nessun commento:

Posta un commento