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Dodicesimo capitolo



12.


Mercoledì 2 Luglio dalle 16.00


-Sagario segue Canzi
-Qualcosa che non quadra
-L'inseguimento continua























Sagario segue Canzi


Una forte curiosità si stava impadronendo della mente di Sagario. O forse era più invidia che curiosità.
Da quando il questore Zanutta lo aveva sollevato dal caso non riusciva a darsi pace e non riusciva proprio a digerire quei due, come se fosse loro la colpa di tutto quello che gli stava capitando.
Decise così di seguire Domenico, di pedinarlo per capire dove sarebbe andato e con chi si sarebbe incontrato.
Restò in silenzio, accanto alla porta socchiusa del suo ufficio in attesa di movimenti di Canzi fino a che lo vide precipitarsi giù dalle scale.
Nel vederlo, Sagario pensò che il ragazzo doveva essere sconvolto. Ne aveva tutta l'aria
Non appena Canzi arrivò in fondo alle scale, lui uscì dal suo inusuale nascondiglio per inseguirlo. Cosa sconvolgeva così tanto Canzi? Era qualcosa che avevano scoperto? Cosa si era affrettato a nascondere?
Arrivò nella hall e Dario era ancora intento a massaggiarsi le cosce che probabilmente aveva sbattuto contro la scrivania al passaggio di Canzi. Non si accorse neppure di lui.
Tanto meglio sennò avrebbe dovuto cazziarlo, cosa che comunque avrebbe fatto volentieri dopo, visto che non era attento.
Raggiunse il parcheggio. Canzi era già a bordo della sua Toyota Yaris argento metallizzato, Sagario prese la sua Ford Focus e iniziò il pedinamento.
Non percorsero molta strada e nel giro di poco arrivarono in piazzale Gorini.
Sagario accostò poco più avanti dell'obitorio, in via Mangiagalli, mentre Domenico fece un po' di giri prima di trovare parcheggio, lo vide un quarto d'ora dopo che varcava la soglia dell'obitorio.
Attese...Cinque minuti dopo Domenico Canzi era già fuori.
Ora avrebbe fatto una visitina a Desogus, per cercare di estrapolare qualche informazione preziosa, ma sapeva che non sarebbe stato facile. Tra lui ed Emilio c'era un rapporto freddo e professionale, mentre con Roberto andava d'accordo e a volte sembravano anche buoni amici.
Desogus era occupato su un cadavere e non si accorse subito del suo arrivo tanto che trasalì quando lo vide:
L'abitudine di avvisare quando entri? Mai vero?” chiese infastidito Desogus.
Perché cambierebbe qualcosa?” chiese sarcastico Sagario.
Si chiama buona educazione”
Senti Emilio non ho tempo per le tue lezioni di buone maniere...”
Cosa vuoi allora?” il medico legale iniziava a dare segni di irritazione.
Vorrei sapere perché Domenico Canzi è stato qui da te?”
Perché sta lavorando ad un caso! Non lo sai?”
Certo, ma so' anche che è Roberto il tuo referente diretto, dunque?” disse con un sorriso sul volto.
Dunque se sei tanto curioso forse dovresti chiederlo a lui.” rispose
secco Desogus che pensò alla rabbia di Sagario che era stato escluso da quell'importante caso.
Hanno scoperto qualcosa?” insistette lui.
E io che ne so, faccio il medico non l'investigatore.” tagliò corto.
Sagario fece una smorfia seccata e, capendo l'inutilità di quella conversazione, se ne andò senza neppure salutare.


Qualcosa che non quadra


La morsa di buio che attanagliava la stanza non le permetteva di vedere l'uomo che per la seconda volta in quella giornata aveva abusato di lei.
La bella Jessica Timòteo era diventata il giocattolo di uno psicopatico. Questo pensiero la faceva morire dentro.
Lo sentiva aggirarsi per la stanza, nel silenzio sentiva costante il rumore dei suoi passi e si chiedeva come facesse a non sbattere da nessuna parte.
Doveva conoscere a memoria quel luogo, sentiva il suo respiro, era terrorizzata, ma non aveva più la forza né di piangere né di urlare.
Aveva paura certo, la sua stessa vita dipendeva da ciò che girava per la testa di quello psicopatico:
Cosa mi vuoi fare?” trovò il coraggio di chiedere con la voce strozzata.
Zitta!” fu la sua risposta
Ho freddo!” mormorò Jessica quasi a se stessa.
Sta zitta ho detto!!!” urlò.
Chissà se la polizia mi sta cercando?” si ripeteva nella testa, ma non era in grado di saperlo, l'unica certezza era la presenza di quell'uomo, e lei intuiva la sua agitazione, il suo turbamento. E questo in qualche maniera la faceva sperare:
Ti ricordi questa mattina?” domandò all'improvviso rompendo il silenzio.
Come?” chiese lei in balia di un fremito incontrollabile del corpo.
Questa mattina, quando ti ho preso. Cosa è successo questa mattina?. Sono stato attento, nessuno al bar, nessuno alle finestre, ma sono convinto che mi sfugga qualcosa.”
Non capisco.” Jessica quasi piangeva. Ecco cosa turbava il suo rapitore. Forse qualcuno l'aveva visto prenderla. In lei una fievole speranza si alimentò.
Andrò da lui e capirò.”
Jessica non poteva capire chi fosse quel “lui” e rimase di nuovo sola ma con la certezza che qualcuno la stava cercando.
Il mostro del Lambro entrò tranquillamente al commissariato, il suo volto era mascherato: barba finta color biondo cenere, sopracciglia e parrucca folte dello stesso colore, cappellino da baseball con lo stemma dell'Inter.
Si avvicinò alla guardiola:
Buongiorno agente” disse e l'agente sobbalzò concentrato com'era a fare le parole crociate.
Buongiorno. Posso fare qualcosa per lei?” domandò gentile.
Vorrei parlare con l'ispettore Locurto.”
O mi spiace ma l'ispettore in questo momento non c'è. Se mi vuole lasciare un recapito la faccio richiamare non appena rientra.
O no, ripasserò più tardi o domani mattina.” E se ne andò, diretto alla casa dell'ispettore.
Non ci impiegò molto ad arrivare. Citofonò... non rispose nessuno, entrò nel portone ancora aperto e cominciò a salire le scale. Lesse tutti i nomi sulle targhette e finalmente, al terzo piano trovò quello che cercava. Tirò fuori un ferro, lo infilò nella serratura e dopo aver trafficato qualche minuto, completamente indisturbato, entrò nell'appartamento.
Lo trovò ben illuminato. Roberto Locurto aveva lasciato finestre e persiane aperte.
Si mise a dare un'occhiata in giro, così tanto per capire se quello sbirro si portava il lavoro a casa. Sopra una pensilina il mostro del Lambro notò una foto che ritraeva il suo detective sorridente abbracciato ad una bella mora, sullo sfondo una montagna innevata. Tolse la foto dal portafotografie, lesse la data scritta sul retro. Era stata scattata durante l'ultimo natale.
Il mostro del Lambro era lì che si aggirava per casa in cerca di quel tassello che gli mancava, era convinto che gli fosse sfuggito qualcosa ma non riusciva proprio a capire cosa.
Il telefono squillò, dopo cinque squilli si inserì la segreteria telefonica. Rimase in ascolto.
Ciao Roberto. Ma dove sei finito? È più di un'ora che ti cerco! Beh! In ogni caso volevo farti sapere che ho concluso la ricerca e non sarai felice di sapere che probabilmente ci sono altre vittime. Sono stato da Desogus, gli ho dato le foto per il riconoscimento delle vittime in obitorio. Fatti vivo appena puoi! Hai rintracciato il barbone? Ciao a dopo” l'uomo riattaccò.
Ora al mostro del Lambro era tutto chiaro, quello sbirro aveva fatto grossi passi avanti, aveva identificato le vittime e probabilmente anche il sito “Labbra di rose” e adesso era in cerca di un barbone?
Il barbone certo!” ora ricordava, quel maledettissimo senza tetto che camminava innocuo su Panfilo Castaldi. Quello lo aveva visto in faccia, doveva trovarlo prima di Locurto.


L'inseguimento continua


Il cuore continuava a pompare velocemente il sangue, i polmoni erano avidi d'aria, mentre il sole batteva i suoi furiosi colpi di calore sulla testa di Roberto. L'autobus era a 500 metri da lui e ogni volta che arrivava a portata di mano ripartiva verso l'altra fermata. La gente lo guardava dal finestrone posteriore. Ormai era allo stremo delle forze. Stava per arrendersi, convinto che non sarebbe mai riuscito a raggiungerlo quando, finalmente, in cima al cavalcavia di Greco, vide il soldato scendere dal gigante di ferro arancione.
Col cuore pieno di rinnovata speranza anche le sue gambe ripresero vigore e ripartirono in perfetta sincronia.
Il Soldato si girò verso Roberto, lo vide e cominciò a scappare in discesa dal cavalcavia.
Con un notevole sforzo l'ispettore accelerò il passo già sostenuto al limite dell'affaticamento. Arrivò in cima al cavalcavia giusto in tempo per scorgere il Soldato svoltare a sinistra. Aveva circa 600 metri di vantaggio. La discesa lo agevolò notevolmente e presto si ritrovò all'incrocio dove aveva svoltato il Soldato, tra gli sguardi perplessi degli automobilisti incazzosi di Milano.
Girò e lo vide a 400 metri da lui.
Fermati! Voglio solo parlarti!” urlò ansimante, con la voce spezzata. Ma quell'uomo non ne voleva sapere e Roberto cominciò ad irritarsi seriamente.
Se ti prendo ti faccio nero!” pensò tra se, più per darsi la carica che altro.
Il soldato continuava a correre, senza mai voltarsi, ma Roberto sebbene, fosse spossato, continuava a guadagnare metri... 300 adesso... pensò che avrebbe dovuto chiamare Angelo per avvisarlo che quella sera potevano saltare l'allenamento. Aveva già corso abbastanza per quella giornata.
Scacciò questi pensieri assurdi dalla testa e si concentrò sulla sagoma in mimetica, col sacco.
200 metri.
Ti prendo! Ti prendo!” si caricava Roberto.
Un'auto passò ad un incrocio facendo rallentare il Soldato.
150 metri.
Adesso lo vedeva era lì, era suo. Subentrò la sicurezza di non perderlo, lo avrebbe preso e lo avrebbe fatto cantare. E come se avrebbe cantato.
Il cuore continuava a pompare, se non scoppiava adesso non sarebbe scoppiato mai più.
100 metri.
Girò attorno ad una casa, davanti a lui ce ne era un'altra mezza diroccata. Forse era lì che era diretto.
50 metri.
Adesso poteva allungare quasi un braccio per prenderlo, Roberto ne aveva la netta sensazione, ma non aveva un braccio da 50 metri. Le ferite della mattina sotto le garze bagnate di sudore bruciavano da morire.
Poi accadde quello che Roberto non avrebbe creduto, il Soldato fece un salto aggrappandosi al muro circondariale della casa diroccata, con un colpo di reni si tirò su e ricadde dall'altra parte.
Eh no eh!” esclamò.
Roberto raggiunse il muro di cinta della casa si fermò, tra immensi affanni, temendo veramente per il suo cuore.
Recuperate appena le forze, tra grandi respiri a bocca aperta e fastidiose gocce di sudore che cadevano dalla fronte, saltò aggrappandosi con le mani al bordo alto del muro, le ferite lo fecero quasi urlare di dolore.
Fanculo!”
Si tirò su tra grandi sofferenze e si lasciò ricadere dall'altro lato.
Il soldato era sul ciglio della porta, o meglio dello stipite dove avrebbe dovuto esserci la porta. Lo guardava tra il preoccupato e il meravigliato. Poi riprese a correre.
E basta!!!” si disse mentre a fatica le sue gambe abbozzarono un vano tentativo di corsa verso un nuovo inseguimento finché un rumore lo fece fermare in ascolto. Era il ringhio di un cane, ma non un cane qualunque bensì di un pit bull che correva verso di lui.
O cazzo!” furono le uniche parole che riuscì a dire prima di scappare dalla parte opposta, di nuovo verso il muro di cinta. Fece in tempo a saltare ed aggrapparsi al bordo alto del muro che il cane gli afferrò i calzoni, strappandogli la parte bassa, Roberto raggiunse la salvezza, si voltò e vide il cane con la stoffa dei suoi pantaloni in bocca, si mise ad imprecare. In un solo giorno aveva fatto fuori una camicia e due paia di pantaloni!
Era esausto, arrabbiato e molto di più ancora.
Tornò a passo lento verso la sua macchina a 5 chilometri di distanza.
La gente che lo incrociava, lo guardava attonita e lui non poteva certo dargli torto. Si sentiva distrutto. Capelli e camicia bagnati dal sudore, pantaloni strappati. Ora, ironia della sorte, era lui a sembrare un barbone.
Camminò fino alla Mito senza fermarsi, recuperando il battito cardiaco e raccogliendo le idee.
Aveva bisogno di prendere quell'uomo, ma anche di una doccia.
Saltò in auto e tornò a casa.
La tentazione di prendere l'ascensore fu forte vista la stanchezza, ma la sua fobia prese il sopravvento e si incamminò a piedi su per le scale. Per un attimo credette che gli avessero spostato l'appartamento dal terzo all'ottavo piano, non ricordava di aver mai fatto tanta fatica a raggiungerlo. Quando arrivò davanti alla porta del suo appartamento si fermò.
Era socchiusa.










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