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Quindicesimo capitolo



15.


Mercoledì 2 Luglio dalle 20.00


-Altri guai
-I ricordi
-Roberto lascia il palazzo























Altri guai


La penombra era avanzata, il sole non si vedeva più, al suo posto la luna piena splendeva nel cielo ancora azzurro. All'orizzonte si poteva già vedere l'aurora in tutto il suo splendore.
Roberto era ancora in piazza Tricolore ma pronto ad andare via, ormai certo che il Soldato non si sarebbe fatto vedere per quella sera.
Il cellulare squillò:
Ispettore Locurto!”
Roberto dove sei?” chiese la voce funeraria di Domenico.
Dove vuoi che sia? Sono in piazza Tricolore ad aspettare il nostro barbone.”
Credo che dovresti andare a casa...”
Che c'è Domenico, che cazzo di voce hai?”
Hanno trovato...” era titubante.
Hanno trovato cosa? Se vuoi farmi incazzare sappi che sei sulla strada giusta!”
...il barbone che cercavamo.”
Bene! Finalmente.”disse sollevato, anche se qualcosa non gli tornava.
...è morto!” quelle parole risuonarono dure, un macigno sul petto.
Come morto?”
Sul pianerottolo di fronte a casa tua.”
Cosa cazzo stai dicendo...”
Gli hanno tagliato la gola.” Roberto per un attimo si sentì male, si appoggiò ad una panchina. Gli ci volle qualche secondo per riprendersi.
Arrivo subito” disse soltanto.
Il viaggio verso casa fu una vera e propria corsa, e poco prima di arrivare il suo telefono suonò. Era Teresa:
Hai saputo?” la sua voce era tesa come non l'aveva mai sentita.
Si, si. Sto arrivando.”
Cosa sta succedendo?” chiese preoccupata.
Non lo so Teresa. Proprio non lo so.” era davvero preoccupato. Il mostro del Lambro era come un fiume in piena, un fiume che lui non riusciva ad arginare.
Quando arrivò sotto il suo portone vide di tutto, auto della polizia, il furgone della scientifica, quello dell'obitorio, i furgoni della stampa, c'erano tutte le televisioni nazionali oltre che una folla di curiosi molto folta.
Si fece largo tra la folla per guadagnare il suo portone. Una bella giornalista di un tg nazionale lo riconobbe e gli puntò il microfono in faccia proprio mentre stava passando:
Ispettore questa non è il suo palazzo?” Roberto non rispose continuando ad avanzare, seguito imperterrito dalla bionda.
E' vero che l'omicidio è avvenuto davanti alla porta di casa sua?”
No comment!” provò laconico.
E' un avvertimento, ispettore?... E' opera del mostro del Lambro? … Ha paura?”
Roberto non rispose a nessuna delle domande e finalmente entrò nel portone. Due agenti fermarono la giornalista.
Salì le scale di corsa. Al secondo piano Teresa era sulla soglia della sua porta aperta, gli sorrise ed a Roberto si aprì il cuore, non sapeva perché ma aveva bisogno di vederla:
Ti ho preparato un the freddo. Entra un attimo prima di salire.” disse e Roberto accettò, salutò la signora Lina, che aveva l'aria preoccupata.
Che succede Roberto? Hai l'aria distrutta!” lui sorrise.
Non si preoccupi.” bevve il the con avidità e si perse negli occhi blu di Teresa che lo accompagnò alla porta. Prima di salutarlo gli diede un bacio sulle labbra.
Il sapore delle labbra di lei lo rinvigorirono.
Salì di sopra. Lo spettacolo che lo accolse non fu certo dei migliori. La rampa di scale che dava sul suo pianerottolo era piena di agenti, la maggior parte di loro li conosceva. Vide anche Desogus mentre si sfilava i guanti in lattice sporchi di sangue. Riconobbe anche il questore Zanutta accorso sul posto, il commissario Ferrante, la scientifica ed il corpo straziato del Soldato. Gli era stata recisa la gola ed il suo corpo era sdraiato supino immerso in un lago di sangue, i suoi occhi spenti erano aperti e guardavano il vuoto.
Il commissario gli fece segno di avvicinarsi e Roberto dovette fare attenzione a non calpestare il sangue, ma era un'impresa tutt'altro che semplice
Il questore era rimasto sul ciglio del pianerottolo proprio per evitare di sporcarsi. Roberto dovette superare anche lui ed il suo sguardo severo.
Dica dottore.” disse non appena gli fu vicino. Il commissario salì una rampa di scale, facendo segno a Roberto di seguirlo.
Roberto non poté fare a meno di notare che le sue scarpe non si erano sporcate di sangue. Non appena furono sul pianerottolo che separava le due rampe di scale che portavano al piano di sopra gli chiese:
Come ha fatto a non sporcarsi le scarpe?”
Ho usato l'ascensore.” rispose veloce.
Roberto non aveva neanche preso in considerazione quella possibilità, e si diede dello stupido, poi improvvisamente, sottovoce e a denti stretti si sentì chiedere:
Che cazzo sta succedendo?”
Vorrei saperlo anch'io!”
Che cazzo racconto a Zanutta? A che cazzo di punto siete con le indagini? Che cazzo ci fa un cadavere davanti alla porta di casa tua?” fece tutte le domande velocemente.
Quell'uomo è un barbone, chiamato il Soldato, lo stavo cercando perché con ogni probabilità conosceva il nome del nostro uomo, ma il Mostro del Lambro l'ha trovato prima di me. A Zanutta può dire che abbiamo identificato le vittime del Mostro, abbiamo scoperto che si serviva di un sito di escort per adescarle e poi...” ora veniva la parte difficile.
E poi?...>> lo incalzò Ferrante.
Abbiamo un altro rapimento avvenuto questa mattina sotto gli occhi del Soldato...”
Un altro rapimento?!”
...e altre sei vittime...” disse con un filo di voce.
Altre sei vittime???” ribadì ad alta voce incredulo, rischiando di essere sentito.
E a mezzanotte ucciderà anche Jessica Timòteo, così si chiama la ragazza che ha in ostaggio.”
Come fai a sapere che lo farà a mezzanotte?”
E' entrato nel mio appartamento oggi pomeriggio.”
Cosa cazzo hai detto?!” era diventato rosso e le arterie fuoriuscivano dal collo.
Dottore mi spiace, è entrato in casa mia ed ha scoperto del Soldato, sa che sappiamo del sito e che abbiamo identificato le vittime e tutto il resto”
Come lo ha scoperto?”
Un messaggio lasciatomi in segreteria da Canzi.”
Porca ...” si trattenne, e gli diede le spalle come se quel gesto lo potesse aiutare a smaltire la collera.
Cosa fai adesso? Come agisci? Come lo trovi?”
Magari lo sapessi.” pensò ma disse tutt'altro.
Oggi abbiamo rilevato le sue impronte di scarpe, e un sacco di impronte digitali, se siamo fortunati viene fuori qualcosa.”
Vedi di esserlo fortunato! Vedi di esserlo!” disse e si avviò giù dalla rampa, aprì l'ascensore:
Scendi con me?” lo invitò.
No dottore vada pure, devo parlare con Desogus.”
Zanutta doveva essere già di sotto, poiché non lo vide più.
Hai ancora paura degli ascensori?>> gli chiese Desogus.
La mia non è paura Emilio.” disse stizzito.
Se lo dici tu!”
Certo che lo dico io. Piuttosto, cosa mi dici di lui?” chiese indicando il cadavere.
Un lavoro pulito. Gli ha tagliato la gola di netto. Dalla temperatura del fegato credo di poter dire che lo ha fatto circa un'ora fa. E siccome l'ha fatto davanti alla porta di casa tua, io mi guarderei le spalle Roberto.”
Grazie dell'incoraggiamento.”
Prego amico mio, non c'è bisogno che mi ringrazi.” disse mentre chiamava l'ascensore e non appena arrivò:
Scendi con me?” chiese sarcastico.
No aspetto qui, devo verificare delle cose.” rispose indispettito.
Certo. Come no!” e mentre la porta si richiudeva aggiunse velocemente:
A proposito, oggi è stato da me Sagario, voleva sapere come vanno le indagini...” subito dopo la porta dell'ascensore si chiuse ed Emilio Desogus sparì inghiottito al suo interno mentre Roberto chiedeva ad una porta ormai chiusa:
Come? Sagario?”


I ricordi


Si sentiva leggero, soddisfatto, aveva ucciso un uomo, una vera mina vagante, una minaccia incombente ed aveva lasciato una gran bella sorpresa a quello sbirro.
Sorrise, immaginando la sua faccia non appena avrebbe scoperto il cadavere dell'uomo che stava cercando, proprio davanti a casa. Infondo gli aveva fatto un favore, lo stava cercando e lui glielo aveva fatto trovare davanti a casa.
Maligno!!!
Chissà cosa avrebbe detto ai suoi superiori?
Certo che l'ingenuità di quel barbone si era rivelata una manna dal cielo per lui.
Come aveva potuto credere che lui, Vincenzo Scarpa, tennista di fama mondiale, vincitore dell'ultimo Wimbledon avrebbe davvero spartito qualcosa con lui?
Quell'uomo gli raccontò di essere stato un militare, un maresciallo dell'esercito italiano. Il tennista lo aveva ascoltato ed assecondato durante il tragitto, anche perché era consapevole che quelli erano gli ultimi momenti di vita di quel poveraccio, ma ricordava bene di aver pensato che anche se il racconto di quel poveraccio fosse stato vero del militare a quell'uomo era rimasto poco, molto poco, forse solo il decoro di farsi la barba e la doccia tutte le mattine.
Ma come poteva aver creduto alla storia del cugino?

Mi piacerebbe averti a cena. Stavo giusto appunto andando a casa di mio cugino. Non abita distante da qui! Che dici, ti andrebbe di cenare con noi?”
Ma è sicuro che suo cugino accetti un ospite come me?”
Perché che cos'hai di strano...” gli fece un gran sorriso rassicurante, di quelli che sapeva fare lui. “...puzzare comunque non puzzi.” e gli strizzò l'occhio.

Ricordò gli occhi quasi commossi dello straccione. Scosse la testa al pensiero:
Ma come hai potuto essere così stupido. Venirmi a cercare poi... cazzo che trovata!” pensò divertito.
Certo non è che gli era piaciuto uccidere quel disgraziato, era stata una necessità. A lui non piaceva uccidere, solo lo doveva fare, era la sua missione. Le prostitute brasiliane non dovevano generare figli, delle altre etnie non si preoccupava era sicuro che, per quelle, altri come lui ci avrebbero pensato.
Le prostitute non dovevano diventare madri, quelle grandi donne capaci di scrivere sulle riviste e nei computer “Solo per distinti.”
Ma cosa cazzo voleva dire quella frase, proprio non lo capiva.
Certo forse un po' di piacere ad uccidere quelle donne lo provava. Era inevitabile. Adesso pensava che tra qualche ora ne avrebbe uccisa un'altra, la sua missione continuava e quello sbirro non lo avrebbe mai fermato. Dopo averla uccisa però avrebbe avuto un altro problema, non tanto per il corpo che lo avrebbe abbandonato assieme alle decine di corpi nel suo nascondiglio bensì trovare un altro sito dove sceglierle. All'improvviso inchiodò l'auto... era da tanto tempo che non gli succedeva. Il ricordo di sua madre, escort brasiliana, anche lei solo per distinti, gli invase la mente e i suoi occhi si persero nel vuoto, immersi nelle immagini proiettate dalla sua mente.
Ricordò di quando lo lasciava solo nel cuore della notte, perché aveva qualche appuntamento o quando lo abbandonava per una settimana, perché lei andava a fare i viaggi con chissà chi.
Ricordava quando i clienti se li portava in casa, e lui, solo, nell'altra camera si portava le mani alle orecchie per non sentire, stando attento a non farsi sentire a sua volta, perché lei non voleva che i suoi clienti sapessero che c'era anche lui in casa. Ancora, ricordò di quando lei lo cacciò fuori. Era un freddo inverno e nevicava. Lui aveva un principio di polmonite e una tosse furiosa. Lei aveva un appuntamento e non poteva rischiare di perdere il suo “distinto” cliente, così, come se nulla fosse, lo mise alla porta. Rimase in strada quattro ore prima di poter rientrare. La polmonite si aggravò e sua madre lo fece ricoverare. Uno dei tanti ricoveri che spesso avvenivano mentre, affamato, sveniva in strada e qualcuno lo soccorreva.
Ricordava la sua pallina da tennis, l'unico gioco della sua vita, l'unico oggetto che gli aveva regalato suo padre. Con i pochi soldi che riuscì a racimolare si iscrisse ad un corso di tennis, divenne il suo sport. Giocando sfogava la sua rabbia e lei, impegnata tra un cliente e l'altro, non andò mai a vederlo a nessuna partita. E quando vinceva, non gli faceva nessun complimento, solo, continuava a pagargli il corso per impegnarlo e farlo restare tra i piedi il meno possibile.
Crescendo il tennis da solo non bastò più. Un giorno, aveva appena compiuto diciotto anni, si sedette ad aspettarla. Lei ci impiegò un po' a rientrare a casa. Lui rimase tre, quattro, forse cinque ore seduto, immobile, al buio, con un bastone in mano.
Quando arrivò, aprì la porta ferendogli gli occhi con quella lama di luce:
Vincenzo sei in casa?” lo chiamò, mentre dandogli le spalle richiudeva la porta.
Si alzò, forse lei si voltò appena , a causa del lieve rumore, o forse non ebbe il tempo per farlo. Lui la colpì col bastone: una, due, tre, quattro, ... venti, trenta, quaranta... forse cento volte prima di cadere a terra stremato, senza forze. Si addormentò così quel giorno, quella escort, che poi era sua madre, non emise nessun suono.
Il giorno dopo la vide, quando si alzò, forse a mezzogiorno. Fu lo squillo del telefono a svegliarlo. Accese la luce, sua madre era distesa per terra, la testa fracassata, sulle braccia i segni di fratture scomposte. La guardò senza provare nulla.
Si sentiva vivo, leggero, quasi felice.
Rispose al telefono. Era suo padre, non lo vedeva da anni, viveva in America, ma lo chiamava una volta al mese, puntuale.
Terminata la telefonata, prese il cadavere di sua madre, lo fece a pezzi e portò i resti alla casa abbandonata infondo a via Ripamonti. Lei ebbe l'onore di essere la prima ospite di quella casa, della quale ora era proprietario.
Era Vincenzo Scarpa, ricco tennista.
Scacciò quei pensieri dalla sua testa, e subito gli ritornò in mente lo straccione in mimetica, quando arrivò sul corridoio, davanti alla porta di quello sbirro. Gli fu subito addosso, gli recise la gola di netto col suo coltello da caccia. L'uomo emise solo un flebile gemito di sorpresa prima di stramazzare a terra. Ricordò il sangue che schizzava dal collo come una fontana.
Sorrise compiaciuto.


Roberto lascia il palazzo


Roberto se ne andò quasi subito dopo Desogus, scese a piedi, sconvolto e desolato. Un'altra vittima, figlia della sua incapacità di trovare quel maledetto bastardo.
Chiamò Domenico:
Ispettore Domenico Canzi”
Trovato qualcosa?”
Scarpe di camoscio molte costose a vedere il modello. Stiamo isolando le impronte digitali”.
Sto arrivando anch'io, quindici minuti e sono lì”. Il suo tono era dimesso e Domenico se ne accorse.
Come stai?”
Come uno che ha trovato un cadavere davanti alla propria porta di casa. Scusami ma non sono dell'umore” e chiuse la comunicazione.
Cosa vuoi da me? Vuoi uccidermi? O hai paura?” pensava scendendo le scale e prima ancora di uscire dal portone, gli si parò davanti Teresa:
Roberto non mangi con noi?” gli chiese con la sua voce squillante. Sembrava aver ritrovato vigore.
No, grazie! Ho da fare” rispose brusco. Senza rendersene conto, quella ragazza gli piaceva davvero e se avesse avuto un momento di tranquillità ci avrebbe provato seriamente ma non in quel momento.
E' già pronto! Dai che ti fa bene, ti distrai un attimo”. I suoi occhi sprizzavano vita, la sua voce gli riempiva il cuore. Roberto le sorrise sinceramente ma declinò di nuovo l'invito. Jessica sarebbe morta di lì a tre ore e, se non la trovava, rischiava, per la prima volta in vita sua, di andare in depressione. Doveva salvare quella donna.
Ok, vengo con te”
No, no. Non se ne parla proprio”
E dai! Mi metto nel tuo ufficio e non dico niente. Giuro” fece il consueto gesto del giuramento, una mano sulla pancia e l'altra in alto col gomito a 90 gradi.
No! E poi non era già pronto il pranzo?”
Fa niente. Anche se salto un pasto male non mi fa”
No davvero, non me lo chiedere e lasciami andare”. Le rivolse quelle parole molto lentamente ma in tono autoritario. Lei acconsentì sorridendo e gli diede un altro bacio sulle labbra.
Roberto si avvicinò ad un assistente e gli ordinò di far mettere dei posti di blocco in tutta la città. Di fermare qualsiasi Bmw x6 che passasse. L'assistente eseguì e Roberto raggiunse la sua auto.
In laboratorio Raffaella era impegnata al monitor. Stava passando in rassegna le impronte digitali. Dietro di lei, in piedi, c'era Domenico, guardava lo stesso monitor con estrema attenzione.
Buonasera” salutò Roberto entrando e si accodò dietro il monitor.
Il disegno di un'impronta era ferma su metà schermo, nell'altra metà scorrevano varie impronte provenienti dalla banca dati.
Roberto guardava quel monitor quasi ipnotizzato ma nella sua testa pensava al Mostro del Lambro. Doveva riuscire a prenderlo in tempo anche a costo di ucciderlo.

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