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Diciasettesimo capitolo







17.


Mercoledì 2 Luglio dalle 21.45


-La villa
-L'inseguimento continua
-Ti aspetto
-Epilogo finale






















La villa.


Domenico Canzi, insieme a due agenti si trovava di fronte al cancello di ingresso della villa del tennista. La casa si trovava a circa trenta metri dal cancello. La zona era praticamente isolata I vicini erano a circa settanta metri. Solo due Dobermann spezzavano il silenzio saltando e sbavando dall'altra parte del cancello. Sembravano belve affamate. Domenico si mobilitò per far intervenire un'unità cinofila in grado di addormentare i cani e poter così entrare nella villa.
Arrivarono dopo mezzora e, messi a dormire i cani, Domenico e altri agenti tentarono di aprire la porta blindata della villa con scarso esito.
Canzi cominciò a girare intorno alla casa fino a quando trovò una finestra aperta. Chiamò gli altri e finalmente entrarono.
L'interno era lussuoso ed arredato con gusto.
Domenico fu attratto da un mobile che conteneva i molteplici trofei accompagnati dalle fotografie delle finali che ritraevano il tennista insieme a molte celebrità. Al centro di quella vetrina spiccava la coppa vinta a Wimbledon e, di fianco ad essa, una vecchia pallina da tennis.
C'è nessuno?”urlò un paio di volte Domenico, mentre avanzava per la sala. Non ci fu risposta. I tre decisero di dividersi: uno salì al piano di sopra, l'altro restò sul piano dove erano entrati e Domenico scese nel piano di sotto.
Accese la luce, le due rampe di scale erano di marmo bianco, le pareti tinteggiate di fresco. Una volta in fondo spinse un altro interruttore e si ritrovò in una taverna adibita a discoteca con pavimenti laccati, luci multicolori, un impianto professionale.
Domenico pensò che quel posto avrebbe potuto accogliere almeno cento persone. Attraversò tutta la sala da ballo e aprì altre tre porte. Dalla prima si entrava in una toilette che racchiudeva almeno quattro bagni. Dalla seconda una saletta, con tavoli e piano bar, poteva ospitare almeno una ventina di persone. La terza porta era chiusa a chiave ma si aprì con un paio di spallate. Domenico accese la luce e non credette ai suoi occhi.
Era un piccolo stanzino. Alle pareti erano appuntate decine di fotografie di donne nude legate, alcune urlavano, altre piangevano, alcune sembravano subire in silenzio. A lato c'era un freezer e quando lo aprì fece un salto indietro urlando inorridito e andando a sbattere contro i due poliziotti che gli erano alle spalle.
All'interno c'erano decine di mani mozzate.
Nella villa non trovarono altro, se non la prova inconfutabile che Vincenzo Scarpa era il mostro del Lambro.

L'inseguimento continua


Vincenzo Scarpa superò un camion che si trovava sulla seconda corsia, il quale era a sua volta concentrato a superare un suo collega.
Roberto imitò la stessa manovra e fece in tempo a vedere il Bmw imboccare l'uscita di Corvetto. Schiacciò violentemente il freno per rallentare quel tanto che gli sarebbe servito per guadagnare la stessa uscita. Il camionista gli suonò e Roberto dallo specchietto vide il camion sbandare ma riuscì ad affrontare la curva producendo un fischio sull'asfalto e rischiando di ribaltarsi. La pantera della polizia invece non fece in tempo a compiere la manovra e fu costretta ad andare dritto per non rischiare la collisione col guardrail.
La Mito di Roberto stava a fatica dietro al possente Bmw ma era un'auto comunque scattante ed in città non era semplice che il mostro del Lambro riuscisse a seminarlo.
Arrivarono in piazzale Bologna, passarono nuovamente col rosso e un'auto che stava procedendo in quel momento passò miracolosamente in mezzo al loro transito. Imboccarono via Bacchiglione, fecero lo slalom tra due auto e un pedone che stava attraversando la strada in quel momento si mise a correre spaventato evitando così di essere investito dal Bmw in frenata.
...ispettore Locurto... ispettore Locurto qui centrale...
Proprio adesso dovete rompermi le palle!!!” era troppo attento alla guida e non poteva permettersi di perdere di vista il Bmw.
...ispettore Locurto, ci riceve... ispettore?...
Roberto riuscì a prendere la saponetta subito dopo piazza Bonomelli, appena imboccato viale Ortles.
Si vi ricevo, ma sono un po' impegnato...”
...certo ispettore! È ancora dietro al sospetto?...
Ma chi è questo imbecille? Il nuovo Cicoria? Giuro che due non li posso sopportare” pensò.
Certo che sono ancora dietro al sospetto, stiamo percorrendo viale Ortles, in direzione di via Ripamonti”
...Le mandiamo rinforzi ispettore... non lo perda...
Roberto si ripromise, non appena finita quella storia, di informarsi sull'identità dello sveglione che parlava alla radio.
Il Bmw svoltò sulla via Broni e una volta in fondo riprese la Ripamonti. Roberto lo perse, la sua auto era nettamente più lenta. Dei rinforzi neanche l'ombra. Avanzò sulla Ripamonti in direzione di Opera e trovò l'auto del tennista. Parcheggiò dietro, scese svelto ma con cautela. Sicuramente il mostro del Lambro non era a bordo ma poteva essere nascosto da qualsiasi parte.
Si avvicinò al Bmw, aprì la portiera per sicurezza e sincerarsi che davvero non fosse in auto. Notò le macchie di sangue.
Si guardò intorno.
Alla sua destra un campo di mais. Le piante erano alte un metro e mezzo circa. Dalla sua posizione vide il tetto di una cascina, probabilmente abbandonata. Quello era sicuramente un posto dove Vincenzo Scarpa avrebbe potuto nascondersi. Guardò il cielo buio, fece un respiro profondo e si avventurò tra le pannocchie.


Ti aspetto


Nascosto tra le piante di mais Vincenzo Scarpa poteva vedere quello sbirro muoversi con cautela verso la sua auto. Di tanto in tanto riusciva ad osservarlo bene, quando veniva illuminato dai fari delle auto di passaggio.
Vieni di qua, dai che ti aspetto.” pensò, mentre il suo sguardo si faceva feroce, il suo ghigno agghiacciante. La tensione era nell'aria. Teneva il suo coltello da caccia stretto in mano, pronto a colpire, a spezzare la vita di colui che voleva impedirgli di portare a compimento la sua vendetta.
Domani il suo nome sarebbe stato su tutti i giornali e per lui non sarebbe stato facile fuggire quindi gli restava solo una cosa da fare per non finire la sua vita in un carcere: uccidersi. Ma solo dopo aver fatto fuori quello:
Che tu sia maledetto!” disse a denti stretti.
L'aria era tersa, densa, nonostante la serata limpida.
Il coltello saldo nelle mani, la sua lama non poteva luccicare alla luce della luna leggermente coperta, la concentrazione era al massimo. Si muoveva tra le pannocchie con calma, conosceva a memoria quel terreno. Sapeva di non poter fallire.
Non doveva fallire!
L'indomani qualcuno avrebbe dovuto scavare la fossa per quel Roberto Locurto, che sarebbe giaciuto accanto a lui sul tavolo di ferro in piazza Gorini, e questo pensiero lo divertiva.


Epilogo finale


Roberto era abbracciato da un profondo senso di inquietudine. La luna era leggermente coperta da una nuvola e lui lo interpretò come un cattivo presagio al punto che neanche le stelle alte nel cielo riuscivano a rincuoravano.
Il suo passo era lento, accorto sotto i suoi piedi il terreno umido. Le zanzare che gli ronzavano intorno, avide di sangue, il frusciare delle pannocchie al suo passaggio, l'oscurità tra le piante, lo rendevano nervoso.
Estrasse la Beretta dalla fondina allacciata alla cintura,e continuò a spostarsi cauto. Roberto non vedeva Vincenzo Scarpa, ma ne carpiva la presenza.
Sapeva che lo stava osservando e questo era un vantaggio che il mostro del Lambro aveva su di lui, il suo cuore cominciò a battere forte, le pulsazioni erano violente.
La tensione cresceva ad ogni passo.
Poi sentì un fruscio, vicino, ma non ne capiva la provenienza. Si girò su se stesso... puntò la pistola tenendola con entrambe le mani.
Era là! Lo sentiva. Pronto all'attacco finale.
Ora la paura cominciava ad invaderlo, era quasi come quando era chiuso in ascensore, stretto. Gli mancava l'aria ma non poteva lasciarsi sopraffare. Reagì con coraggio ritrovandosi ancora padrone del suo corpo e della sua mente.
Le orecchie tese pronte a captare qualsiasi rumore, non parlò... non voleva coprire inutilmente i rumori che il tennista avrebbe prodotto, non voleva lasciargli anche quel vantaggio.
Un altro fruscio, veloce impercettibile.
Dove sei?” pensò irritato.
I suoi occhi cercavano nella notte un movimento.
Fruscio...
poi un altro, ma questa volta era vicino, pochi metri, si stava avvicinando.
Pensò a Maria, il suo coraggio si fuse in lui, quante difficoltà, quante guerre aveva vissuto per salvare vite umane.
Poi pensò a Teresa, ai suoi occhi, al suo carattere solare e giurò a se stesso che l'indomani sera l'avrebbe portata nel miglior ristorante di Milano, poi avrebbero passeggiato l'uno di fianco all'altra mangiando un gelato e si sarebbe perso nella sua vita, nella sua gioia, nella sua voglia di farcela sempre e comunque senza abbattersi mai.
Fu in quel momento che sentì un rumore forte alle sue spalle. Tentò di fare un balzo a destra, ma il suo aggressore fu più veloce e la fredda lama del suo coltello da caccia gli trafisse il deltoide provocandogli un dolore atroce. Riuscì però a non perdere la pistola anche mentre cadeva a terra sorpreso e subito, dopo aver ruotato velocemente su se stesso per difendersi da un altro attacco cominciò a sentire venir meno le forze.
Il tennista gli saltò addosso, pronto a sferrare l'attacco mortale. Le mani unite stringevano il pugnale sopra la sua testa, il suo sguardo era feroce.
A Roberto non gli rimase altro che tirare su le ginocchia, i piedi uniti, e quando il tennista gli fu sopra, usò le gambe come una catapulta e spinse via l'avversario guadagnando tempo. Si alzò velocemente. L'adrenalina gli aveva riportato in circolo le forze. Puntò la pistola nella direzione dove aveva visto cadere Vincenzo Scarpa ma lui non c'era già più.
Si abbassò tra le pannocchie e percorse qualche metro, si sfilò la garza da una delle due mani rimaste ferite dalla caduta della mattina e si fasciò stretta la spalla.
Cazzo due camicie rovinate in un solo giorno!” pensò e poi si diede dello stupido, ci avrebbe pensato dopo, si toccò il taschino e si accorse di aver perso gli occhiali da sole.
Questo è troppo! E' decisamente troppo”.
Si muoveva accovacciato con circospezione tra il mais, cercando di restare nascosto e di captare nuovi rumori che gli indicassero dove si nascondesse Vincenzo Scarpa.
Poi udì qualcosa alla sua sinistra, si voltò e se lo vide lì, che si avvicinava repentino, con il pugnale in mano. Si buttò all'indietro veloce, rimanendo pancia all'aria. Il mostro del Lambro non si aspettava quella mossa improvvisa e non riuscì a frenare il suo impeto. Roberto allungò una gamba e Vincenzo inciampò cadendo faccia a terra. Roberto trovò le forze per buttarsi sopra di lui e bloccarlo. Gli puntò la pistola alla testa:
Fermo bastardo! - gli intimò - dov'è la donna?”
Rise forte...
Dov'è la donna?”ripeté Roberto.
Rise ancora più forte, Roberto fece per dargli una botta in testa, quando lui si girò velocemente, cogliendolo di sorpresa e tirandogli una gomitata in pieno volto.
Roberto cadde di schiena perdendo la pistola e sentendo un acuto dolore alla spalla ferita. Vincenzo gli piombò addosso con tutta la sua ferocia, ma Roberto riuscì a divincolarsi e ad evitare una pugnalata in pieno stomaco. Il coltello si conficcò nel terreno, permettendo a Roberto di andare a gattoni verso la sua Beretta, una decina di metri più in là.
Vincenzo se ne accorse, lasciò il coltello nel terreno ed andò verso di lui saltandogli addosso. Roberto cadde disteso, sbattendo la faccia sul terreno, sentì un crack ben marcato e gli occhi cominciarono a lacrimare... si era rotto il naso. Con il braccio sano trovò il modo di colpire a gomitate il volto del tennista e finalmente riuscì a girarsi.
Lui gli era sempre sopra e gli mise le mani alla gola iniziando a stringere.
Roberto annaspava tra il naso rotto,e la pressione delle forti dita di lui sul collo, ma non rinunciò a cercare di prendere la pistola con la mano sana.
Riusciva a toccarla.
Dai forza” si disse.
Presa!” E con le ultime energie la puntò sulla spalla di lui e sparò.
Il colpo fu secco, assordante ed arrivò mentre sentiva le sirene delle auto della polizia avvicinarsi. Il tennista cadde indietro come spinto da una forza invisibile, senza gridare, la ferocia nei suoi occhi non era scomparsa, nonostante lo guardasse incredulo.
Roberto si alzò, vide le auto della polizia che si fermavano a poche decine di metri da loro. Puntò la pistola contro il tennista, mirando la testa:
Lei dov'è?”
...” non rideva più.
Lei dov'è?” ripeté fermo e calmo.
Vincenzo Scarpa lo fissava rabbioso. Aveva davanti un uomo che si reggeva a mala pena in piedi, il naso abbondantemente sanguinante, la camicia sporca, la garza legata in qualche maniera sulla spalla nel tentativo di arginare la ferita. Eppure riusciva ad apparire forte, ed era sicuro che se avesse potuto lo avrebbe ucciso.
Vincenzo Scarpa si rese conto di aver perso.
Lui aveva perso quel torneo mentre Roberto Locurto aveva vinto e adesso doveva ritirare il suo trofeo:
Dentro la cascina diroccata, ho costruito un bunker là sotto. Si accede da una botola, le chiavi sono in auto”
Roberto si voltò e si avviò quasi trascinandosi verso le auto della polizia. Vincenzo ne approfittò per estrarre il coltello dal terreno, si alzò e cominciò a correre verso l'ispettore Locurto.
Lo sentì mentre si alzava, contò fino a dieci e quando si girò, lui correva come una furia verso di lui, da lontano dei poliziotti gridavano:
Attento ispettore”
Alle spalle ispettore”
Ma era debole, troppo debole per sentirli. Aveva calcolato tutto. Sollevò il braccio sano e sparò un colpo, uno solo. Lo colpì in pieno petto. Vincenzo allargò le braccia e urlò straziato, cadde esanime con un tonfo secco sul terreno, i suoi occhi rimasero sbarrati e sembrava che neanche la morte gli avesse tolto la ferocia dallo sguardo assente.















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