Conclusione
10:00 del mattino di due
giorni dopo.
Il
sole batteva alto, forte, su Milano. Il piazzale dell'ospedale
maggiore risplendeva sotto i suoi caldi raggi, i piccioni si alzavano
in volo al passaggio della gente, il cielo era sgombro da nuvole e
faceva presagire un'altra calda giornata di luglio.
Roberto
stava finalmente tornando alla vita. Aveva perso molto sangue e il
ricordo del mostro del Lambro riempiva ancora la sua mente, in
maniera indelebile. Ne portava addosso quindici punti di sutura sulla
spalla, un cerotto gessato al naso che gli avevano raddrizzato e uno
zigomo ancora giallognolo. Ma tutto sommato era andata bene.
Teresa
era rimasta con lui giorno e notte.
Nello
stesso ospedale avevano ricoverato anche Jessica, che avevano
strappato appena in tempo dalla morte, ma che adesso si stava
riprendendo bene, non solo fisicamente ma anche e soprattutto
psicologicamente. Roberto aveva scoperto che Jessica era una donna
molto forte, arrivata in Italia con la promessa di un lavoro e finita
a fare l'escort di lusso, ma a lei non dispiaceva il suo lavoro e non
era obbligata a farlo come tante altra donne provenienti dall'est
Europa.
In
quel cascinale abbandonato avevano ritrovato anche i corpi di undici
donne, una delle quali, dal DNA, avevano dedotto fosse la madre di
Vincenzo Scarpa che tutti credevano fosse tornata in Brasile
abbandonando il figlio.
In
fondo al piazzale c'era Domenico Canzi, sorridente che l'aspettava:
“Questi
sono per te” gli disse non appena fu vicino, porgendogli un
sacchetto. All'interno trovò un paio di occhiali da sole nuovi e
uguali a quelli che aveva perso tra le pannocchie.
“Grazie!
Questa si che è una bella sorpresa” disse indossandoli subito.
“Si?”
“Certo
grazie, non potevi farmi regalo migliore”
“Regalo?
E chi ha parlato di regalo!” Teresa sorrise mentre Roberto fissava
Domenico da dietro i suoi occhiali scuri.
“Non
me li vorrai far pagare?” domandò scontroso.
“Ci
puoi scommettere”
“Hai
sentito?” domandò incredulo a Teresa, che alzò le spalle e
sorrise.
Percorsero
la strada fino al commissariato di via Venini tra le proteste, più o
meno continue di Roberto, che non voleva pagare gli occhiali,
pretendeva che gli venissero regalati.
Una
volta in commissariato la prima cosa che sentì Roberto fu lo
stridere della scrivania e la sedia che cadeva con un tonfo secco a
terra mentre Dario Cicoria emetteva un piccolo gemito.
“Io
lo ammazzo” disse Roberto spazientito ma senza troppa convinzione.
Nel
suo ufficio trovò il questore Zanutta:
“Le
devo fare i complimenti ispettore” disse sincero dietro ai suoi
penetranti occhi azzurri.
C'erano
anche il procuratore, il commissario Ferrante e tanti altri colleghi
tra cui Raffaella, tutti pronti a congratularsi con lui. Un pensiero
commosso andò anche ai due agenti che erano rimasti vittime della
furia omicida del mostro del Lambro. Quel pomeriggio sarebbero andati
ai funerali di stato che si sarebbero svolti in piazza Duomo.
Roberto guardò
intensamente la sua allegra Teresa e la baciò là davanti a tutti
che applaudirono e gridarono come bambini. Per lui iniziava una nuova
vita al fianco di una donna speciale.
Vorrei in
ringraziare e dedicare questo romanzo a Nadia Zapperi e Anna Colombo
per avermi aiutato nella correzione dell'opera. Una dedica speciale
ai miei genitori, il mio pensiero vola sempre a loro, e anche a mia
moglie Livia, ai miei figli Aurora e Manuele, a mio fratello
Giovanni ed a tutti gli amici che ogni giorno ho la fortuna di
incontrare per le strade di Milano.
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